La forcella di Riomoz

29.01.2018

Sono alla cassa di un noto supermercato tolmezzino attorniato dagli acquirenti che portano in viso quello stato di fretta continua, il “logorio della vita moderna” come diceva un noto spot televisivo. Vestito come più mi piace e come più sto comodo, anche perché sono compere effettuate appena rientrato dall’ennesima sciata pomeridiana stile “toccata e fuga”. E accanto a me c’è il solito Max, nelle vesti più freerider del sottoscritto, ma dalla stessa sostanza, in pratica.
Biip – biip – biip.. Scorrono le merci sul nastro della cassa. Mi giro e gli faccio “Ou, ma noi 2 ore fa eravamo in mezzo alla neve, in mezzo al nulla e ora siam qua”.

Biip – biip – biip

Che strana la vita.

Bastano 2 ore per proiettarti dal sapore di un tramonto infuocato, di nebbie lontane nelle valli, di un canale dalla neve ghiacciata e rugosa, di una cornice d’uscita fatta di schiume di latte soprapposte alla cassa di un supermercato.

Poteva passare come una delle tante giornate che da vecchio non ricorderai mai, confusa in una girandola fatta di altrettante giornate simili. Ed invece, probabilmente, la ricorderò come quella volta che salii e scesi la Forcella Riomoz, piccola perla incastonata sulle propaggini del Buinz. Con un caldo invernale che sembrava primavera, con una solitudine amplificata dall’ora tarda e dal sole nascosto su in alto dietro alla cornice di Riomoz. In compagnia di un amico con cui ne ho passate tante e credo altrettante ne passerò in futuro.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lontano dai Biip delle casse dei centri commerciali, delle polemiche sterili che ogni giorno nascono per i motivi più disparati.

Vicino a quello che più mi piace. Anzi, proprio dentro.

Info utili: Parcheggio presso la caserma della G.d.F. di Sella Nevea nei pressi della pista dismessa orientata a Sud (sulla sinistra provenendo dalla Val Raccolana). Risalire la pista e a circa metà inoltrarsi verso N-E- risalendo la strada forestale fino alle malghe Cregnedul dove si imbocca l’evidente vallone, su terreno man mano più sgombro dalla vegetazione, in direzione della forca della Val. A quota 1800 inoltrarsi verso Ovest nel canale che porta alla piccola forcella di Riomoz su pendenze man mano più importanti fino a quota 2159m. L’uscita, sui 50°, è spesso ghiacciata e va valutata la possibilità di discesa in base alle condizioni della neve. Comodo il “deposito sci” sotto alle pareti di destra poco prima della forcella. Utili i ramponi ed il casco.

Discesa lungo l’itinerario di salita con pendenze medie di 40° nel canale.

Dislivello 1000m , diff. O.S.A (P.D-E2-3.2), tempi di salita attorno alle 2/2.5 h.

 

 

Annunci

Lo specchio di Biancaneve

22.12.2017

Ci sono giornate nella vita di un uomo che, per essere complete, devono contenere una quantità ben definita di silenzio. Attimi di cui la tua anima necessità e si nutre, in maniera forte e profonda, per creare quello che sei – nel bene e nel male.

La frequentazione della montagna d’inverno permette il più delle volte di varcare la soglia di un mondo muto che affascina ancor più quando il freddo attanaglia gli elementi e serra quello scorrere quotidiano che si protrae negli altri periodi dell’anno.

E’ l’immobilità dell’acqua la condizione che ci piace salire e lo possiamo fare solo ora, per passare dove non potresti altrimenti.

Provo sempre un’assoluta pace, interiore ed esteriore, quando il contatto con la terra che mi ospita viene per qualche attimo “dissolto” dalle becche delle mie piccozze o attraverso le punte dei miei ramponi. Sono pochi i centimetri di ferro frapposti tra me e il Mondo, bastevoli a confermare che spesso la vita non è altro che lo scorrere di un flusso che può in qualsiasi momento ghiacciarsi senza preavviso. Penso ai discorsi di Luca, ai cambiamenti intercorsi nella mia vita e in quella di chi mi sta accanto.

In questo scorrere quotidiano la montagna ha sempre rappresentato per me gli argini rocciosi che contengono “la retta via”, contenendo l’alveo entro i regimi  a me più consoni.

Sto salendo la colata ribattezzata “Lo specchio di Biancaneve”, mancava alla lista delle salite in zona Sappada, ma con pazienza vado depennando le mie mancanze soprattutto grazie a Luca che sulle cascate ci metterebbe volentieri la residenza.

La credevo più complessa, a vederla dal centro di Sappada pare una cattedrale bianca troppo incombente per una salita rilassante. Eppure, come quasi sempre accade, l’esserci dentro rivela in verità un’essenza fatta di scivoli ghiacciati e piccoli salti verticali. La salita è sempre piacevole e sicura, le soste sono tutte attrezzate con materiale inox e anche questo la rende fruibile da molti.

Le lunghezze si susseguono sotto i colpi di picca di Luca che apre sempre le danze, io seguo veloce guardandomi attorno. In alto i miei polpacci infuocati dicono che abbiamo salito parecchio ghiaccio, di li a poco infatti la colata termina mesta tra i mughi e le paretine appoggiate della parte superiore. Siamo saliti 220m circa, per essere la prima uscita stagionale non potevamo chiedere di più!

Questo slideshow richiede JavaScript.

Info utili: Parcheggio presso Sappada scendendo verso la pista Nera (lasciare la statale nei pressi della chiesa principale, provenendo da Forni Avoltri si scende a sinistra), oltrepassato un sottopassaggio qualche centinaio di metri sulla destra si trova il piccolo parcheggio nei pressi si un ponticello in legno sul Piave. Inoltrarsi nel bosco seguendo la traccia solitamente battuta e i bolli rossi sugli alberi, in una ventina di minuti si è alla base della struttura a quota 1400m ca.

La colata può essere salita in più punti, solitamente il tratto centrale è quello più percorso. Soste attrezzate per le calate ad ogni lunghezza di corda.

Lunghezza complessiva 200-250m in base alle condizioni dl ghiaccio, difficoltà dal 2° al 3°+.

 

Quel “sudato” canale dello Jalovec

Ho capito oramai, sarà che gli anni galoppano velocemente verso gli “anta”, che in montagna il detto “ogni lasciata è persa” non sempre è del tutto vero.

Ci sto pensando oggi mentre oltrepasso il grosso gendarme che funge da forca caudina, all’inizio del budello che risale la costola Nord Est al di sotto delle pareti dello Jalovec.

Ricordo ancora quella giornata di nebbia e freddo, di condizioni fisiche precarie, in cui dovetti abbandonare gli amici e l’idea di risalirlo, il canale Kugy, rintanandomi per malessere in una provvidenziale nicchia nelle rocce di sinistra, in attesa del ritorno della mia compagnia.  Ci stetti almeno un’ora ed ebbi tempo di convincermi che qua ci sarei tornato, prima o poi. Ne seguì una mesta ritirata verso valle.

Oggi sono nuovamente qui e quasi senza rendermene conto sto onorando quella promessa fatta a me stesso almeno 10 anni fa; non cerco rivincita ma scoperta di quello che non fui in grado di vedere quel giorno. Il canale è una linea diritta che punta al cielo.

 

SAM_2225

Lo stretto canale visto dal basso

SAM_2220

Scorpacciata di erbetta..

SAM_2224

Mi sento elemento infinitesimo insieme ad altri elementi infinitesimi. Migliaia di granelli di neve prendono la via della valle trasportati da un vento cattivo che spira esattamente nella direzione opposta alla nostra marcia. La stretta gola di roccia amplifica il fenomeno e le orecchie odono rumori di solitudine, anche se Max mi segue a poche decine di metri. Si procede schiacciati da pareti austere dove scorrono piccole slavine di neve farinosa.  Qualche sciatore sta già scendendo, le curve producono pallottole di neve che prendono velocità e ci sfrecciano accanto.

Poi il vento porta lontano anche i miei pensieri.. Ritorno, chissà come, a quella giornata di neve nei pressi del Passo del S. Bernardo. L’anziana guida con cui compii la traversata dei 3 colli, il buon Giamba, ricordo mi disse “eh si vede che sei un dolomitista, a te piacciono i canali”.. Lì per lì non capii a cosa si riferisse ma poi, con il passare del tempo, ho concluso che c’aveva preso. Nei canali c’è una parte del mio essere. Stretti ed incassati, a volte cupi e profondi, protettivi quando non cerco altro che starmene da solo nel ventre della montagna.

Risaliamo faticosamente questa linea bianca, a volte mi fermo ansimante a guardare una traiettoria che sotto ai piedi porta diritta alla rilassata valle dove giace il rifugio Tamar e, più giù, alla località di Planica. Da qua sembra un fiordo norvegese, il bosco pare acqua scura da cui emergono terre bianche, cime fredde e desolate.

Ramponi ai piedi ci avviciniamo man mano alla luce che si intravede poco oltre l’uscita dal canale. La pendenza si mantiene costante attorno ai 40°, qualcosa in più prima degli assolati spazi sommitali che sorreggono le rocce meridionali dello Jalovec. Siamo rimasti soli in compagnia del vento e di chi lo domina in questi spazi di cielo che hanno riflessi dell’indaco. L’immancabile gracchio volteggia sopra la forcella che decidiamo essere la nostra meta odierna prima della discesa di questo sudato canale Kugy.

La ciora, come la chiamiamo in dialetto, mi strappa un sorriso pensando ad altre storie..

Siamo in discesa. L’accesso al canale sembra un enorme imbuto scuro dove caliamo anche noi verso un fondo che già conosciamo. Passare dagli aperti spazi superiori della montagna alla lunga strettoia tra le rocce provoca un certo sussulto all’animo ma dopo le prime curve su terreno più ripido, la magia dello sciare in questi posti prende il sopravvento e ci conduce giù fino all’uscita nei pendii inferiori.

Cerco la nicchia dove mi fermai quel giorno di 10 anni fa senza trovarla, convinto che l’importante sia conservarla nella memoria per capire che la montagna è sempre lì ad attenderci, se non sarà stavolta sarà la prossima, quella giusta.

Omarut e Max

Info utili: Parcheggio presso i trampolini di salto di Planica (in Slovenia, poco oltre il confine di Kraniska Gora provenendo da Fusine) seguire la forestale per il rif. Tamar e successivamente inoltrarsi nel retrostante bosco di faggio mirando al fondo della valle (traccia solitamente ben delineata). Mirando alle rocce basali dello Jalovec si incontrerà lo stretto canale Kugy frontalmente, impossibile sbagliarsi. Il canale va risalito nella sua interezza fino agli assolati pendii superiori dove ci si può fermare ad una forcella a quota 2367m. Discesa lungo l’itinerario di salita con pendenze di 40° (un breve tratto di 45°). Obbligatorio il casco, utili ramponi ed eventualmente la piccozza.

Dislivello 1450m , diff. O.S.A (F-E2-4.1), tempi di salita attorno alle 3.30/4 h.

.

 

 

La parabola del Gracchio

10.09.2016

La parabola del Gracchio

Era solo un piccolo volatile indifeso quando arrivò.  Attirato con astuzia da uno specchio per allodole, non gli pareva vero poter planare e adagiarsi finalmente dopo gli sforzi prematuri che la vita gli aveva messo innanzi.

gabbia-di-uccello-5123444

Felice della nuova sistemazione. O quantomeno tranquillo, rilassato nella speranza di non doversi più guardare alle spalle, conscio di essere circondato da predatori di ogni genere.

La gabbia cominciò così ad essere costruita mentre ancora l’uccellino si guardava attorno, spaesato da un mondo dove affermarsi voleva dire arrivare a sera, tirare a campare.

“Agiatezza” prese presto il posto di “sopravvivenza” nel suo vocabolario.

La costruzione della gabbia procedeva più velocemente di quanto potesse rendersene conto. Dalle zampette arrivava già agli occhi. Occhi che cominciavano a farsi grandi e tristi. Una stia non di acciaio o di chissà quale lega speciale. La gabbia fu realizzata con steli di finta amicizia, mascherata alla vista dietro a cumuli di mangime e promesse. Issata mentre lo sguardo era attirato altrove, chiusa con chiave di volta e doppio lucchetto.

I tempi dei canti e degli allegri cinguettii erano finiti, nemmeno qualche cip dentro la gabbia e la stanza dov’era posto il volatile. S’era fatto grigio e silenzioso, non cantava più da intere annate.

Guardava le montagne dalla finestra, quei picchi di roccia così elevati che si stagliavano nei cieli della Carnia, erano l’unico sollievo rimasto.

Quel gracchio non aveva più scampo, non avrebbe più volato né cantato.

Gli amici che svolazzavano nei pressi lo incitavano a resistere, gli davano coraggio. La gabbia poteva essere rotta, i materiali di base non erano nobili. La via di fuga restava quella porticina con il lucchetto, un lucchetto forse troppo grande per il pennuto.

Doveva scappare, seguire il suo istinto ma la paura della fuga lo attanagliava. Continuare a vivere un’esistenza sicura, ma da recluso?

La gabbia tutto d’un tratto cominciò a restringersi, gli spazi necessari alla vita si fecero man mano più striminziti e i cavi di finto metallo iniziarono una lenta implosione. Alcuni saltarono via come schegge impazzite, snervati ed incruditi dal tempo, limati da ore di silenzi lunghi come eternità.

Ci provò. Versato nel dubbio di una fine avvilente, sempre più vicina, schiacciato dentro alla gabbia. S’era fatta talmente stretta che perfino il cuoricino stentava a pulsare. Quasi morto.

Così un giorno, per caso come devono succedere certe cose, trovò il modo di evadere da quella prigione. Una forza strana e bruta, indescrivibile, permise all’uccellino la fuga. Forse quella della disperazione, una delle energie più potenti che si rivela quando tutto pare perso.

Non spiccò subito il volo, le ali rattrappite non erano più quelle di un tempo. Ci sarebbero voluti orizzonti di libertà, caldi raggi di sole e l’aria fine delle quote ma il primo salto verso il cielo fu già l’annuncio di momenti migliori. Tempi di cime, accarezzando pareti o schivando fronde di larici.

Sfiorando il vento senza trattenerlo.

IMG-20171207-WA0001[1].jpg

Gli uccelli nascono per navigare ampiezze di cielo, turbinare nell’aria librandosi senza spazi imposti e ristrettezze. Furono questi pensieri che lo spinsero verso l’alto.

La gabbia era rimasta a terra, trasformata in nulla assieme all’oblio del tempo.

L’uccello la guardava oramai dalle altezze, inespressivo. Seppur dispiaciuto per quella che era stata per anni la sua casa e la sua prigione, la vista della nuvola di polvere non gli provocò emozioni.

Solo la forte voglia di sbattere le ali verso le montagne.

Raggiunse i boschi. Un rifugio per nido, vivendo di montagna, con la montagna e per la montagna.

Libero di condurre un’esistenza insita nella sua stessa natura.

Libero di aver scelto la libertà, di non essersi sbagliato lasciando una vita già scritta per lui da altri, libero di accettare da ora quello che l’esistenza gli avrebbe regalato.

Questa è la mia vita.

 

Questa storia partecipa al Blogger contest 2017

http://bc2017.altitudini.it/la-parabola-del-gracchio/

Logo Blogger Contest2017.jpg

 

Shots

DSC01407Shot

L’ho conosciuto un pomeriggio di nebbia, vagando come si può fare in quelle giornate dal tempo guasto in cui già sai che non vedrai anima viva. Risalendo il fondo di un bosco pensile circondato da pareti grigie e scoscesi salti per lo più inaccessi agli uomini. Un bosco che non interessa a nessuno se non alla mia curiosità. E alla fantasia. Scorto tra grossi abeti arcigni, non m’è parso al principio possibile che fosse dove effettivamente giaceva e giace ancora. E chissà per quanto tempo continuerà a farlo.

In bilico sul baratro protende la parte viva di se stesso, ancorato con grosse radici, pare voler spiccare il volo sul vuoto verso la malga di Clap piccolo ma di fatto si ostina a restare sopra al punto più alto del sentiero d’accesso. Animo da sentinella o da rapace? Questo larice avrà trecento anni, porta i segni del tempo e la parte più grossa oramai morta è tappeto di aghi per le altre forme del bosco. Ma la vita pulsa in lui, lo si capisce benissimo anche se il pennacchio dagli aghi verde acido è solo una piccola parte di questa struttura fossilizzata. Mi siedo e ci parlo. – Hai scelto proprio un bel posto per fermarti a vivere. Qua, al limite della radura-. Non risponde ed è normale perché gli alberi non parlano, o almeno non tutti…

Shot

Ho passato interi momenti a guardare il vuoto steso davanti ai miei piedi. Avere vertigine sotto alle piante per chi va in montagna è facile, basta arrampicarsi su di una cima o per qualche parete. Ma il vuoto davanti, materializzato sotto forma di capogiro orizzontale, non mi era capitato di viverlo o viverlo così spesso. Sul basamento di cemento, lontano poche decine di metri dal via vai dei clienti, sto ipnotizzato dal suono della teleferica che corre monotona verso il basso. L’abisso sembra un materasso verde, morbido ed invitante. Tra i miei piedi un cavo d’acciaio è la linea che permette quassù di viverla un po’ meglio.

Shot

La mattina ha l’oro in bocca. Il sorgere del sole è un fenomeno che non mi stanco di ammirare, specie quassù dove non esistono impedimenti una volta che il sole oltrepassa la scura siluette della Creta Forata. Sveglia presto. C’è da lavorare, da sistemare, da preparare, da accogliere. Si ma prima una boccata d’aria fresca, fuori dalla porta, una boccata d’aria frizzante, quella delle cime di primo mattino.

La porta si spalanca ma fuori già sa di afa, anche quassù a 1760m. L’estate persiste, anche oggi non c’è una nuvola in cielo e non ci sarà almeno fino a domani. Niente doccia. Neppure oggi.

Shot

Una stretta di mano, cento, mille tolgono dai pensieri che la sera, quando sei solo, vengono a trovarti. Pensieri non sempre felici, volatili e mutevoli come le nebbie che avvolgono il Creton di Culzei.

Shot

Un vallone enorme, potrebbe starci il Mondo dentro. Insieme di guglie e canali, di ghiaie e sassi che mirano alla valle. Un musicista compositore che idee trarrebbe da questa calca calcarea? Ritmi forsennati, cambi continui, percussioni – probabilmente.

Sono scappato un momento, volevo sentire questo gran rumore con le orecchie dell’anima.

Adesso ci sono in mezzo, sulle rocce della Pannocchia da solo. Il silenzio è assordante, mette solitudine e sono felice.

Shot

Se non ci fossero le linee delle montagne scure a definire il confine del cielo, beh, direi che l’universo è infinito. Sono steso al fresco di questa serata di montagna, sopra all’erba riarsa dalla mancanza d’acqua e guardo in su. Il tetto del rifugio assume parvenza di casa mia oramai, in contrasto con quei roccioni rischiarati dalla luce della luna, laggiù. Forse anche a quelli potrei dare il nome di casa, ma so già che verrei castigato in qualche maniera nel breve lasso di tempo. Quella non è casa mia, al massimo un rifugio, proprio come questo con tetto verde, oscuri rossi e finestre celesti.

Poi c’è la notte e il cielo che si fondono. E milioni di stelle che ti rendi conto esistano solo se hai la possibilità di scappare dalle luci della città. Adesso sono qui per me a farmi da coperta mentre gli occhi pian piano si chiudono.

Shot

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Ma senza acqua.

Dietro l’angolo una chitarra accenna delle note, tartaglia indecisa o suona allegra. Singhiozza, accelera e poi frena. Ne prendo una anche io, se si suona in due o tre, it’s better.

Il canto di Maria mi segue, è distante ma riempie il vallone mentre buco le pareti distillando dalla dolomia prese, passaggi e lunghezze di corda che forse piaceranno agli arrampicatori del futuro.

Non è la perfezione che ci piace, ma quel giro stonato che una nota fa prima di tornare a dove è sempre stata, sulle dita delle nostre mani.

 

 

 

 

Mandi Celso

22.04.2017

Riprendo in mano “la penna” dopo parecchio tempo che non scrivo più. Gli impegni si accavallano ma questo è stato un gesto dovuto verso un amico che ci ha lasciati, il minimo che potessi fare. Celso Craighero, collega di squadra del soccorso alpino, è mancato per una tragica fatalità mentre arrampicava nella falesia di Betania. Riporto quindi le parole che ho preparato a nome della nostra squadra di Tolmezzo per la lettura durante la cerimonia funebre. Parole che vogliono essere di commiato, in ricordo dell’amico che sicuramente dava del tu alle cime della Carnia.

“Celso, mandi.

Siamo tutti qui oggi riuniti per te, per darti l’ affettuoso saluto della tua seconda famiglia, il soccorso alpino.

Famiglia perché per noi eri un fratello oramai, un fratello.

E’ stato bello averti con noi e ci sentiamo onorati di averti avuto come amico. Un amico forte come la roccia, presente sempre. Disponibilità e presenza costante ti distinguevano dagli altri.

Un amico che ci faceva ridere, anche nelle difficoltà . Perché i momenti difficili li hai conosciuti bene nella tua vita e come in montagna eri inarrestabile, così li hai superati, spesso ridendotela e facendo divertire quanti ti stavano attorno.

Resteranno nei nostri cuori i ricordi dei momenti passati assieme, degli interventi, delle esercitazioni… E continueremo a salire ancora le tue montagne Carniche, quelle cime che tanto hai amato e alle quali di sicuro mancherai come un figlio. Coglians, Rauckofel, Creta di Collina hanno smesso di piangere solo ieri.

Mauro Corona in passato disse “devo dire che la montagna mi ha regalato ciò che gli uomini, le donne, i genitori, non sono riusciti a darmi. Dalla montagna mi sono sentito compreso, ascoltato, degnato di attenzione”. 

La montagna era la tua vita. La tua anima aveva bisogno di spazi ampi per vivere, di roccia, sole e neve per risplendere.

Cercheremo ancora le tue curve sulla dorsale bianca della Creta di Collina o la tua voce negli avvallamenti dell’ eiskar, perché in fondo quella era la tua vera casa e siamo sicuri che tu sia là da qualche parte adesso.

Nella famiglia del soccorso alpino il tuo ricordo non morirà mai tra noi che, come te, andiamo in montagna più per la paura di non vivere che per quella di morire.

Grazie Celso”

17966334_703038989885056_7120626824033126113_o

 

Il selfie stick – l’importante è che si salvi il selfie stick!

09.03.2017

Da un po’ di tempo rimugino sugli avvenimenti di questo inverno. Stagione bislacca, con pochissima neve arrivata oramai con la primavera alle porte. Del resto è innegabile che la tendenza climatica sia questa e noi, amanti degli sporti invernali, dovremmo farcene una ragione. Ed in parte io me la sono fatta. Le prime nevicate equivalgono alle prime sciate, subito tutti a caccia della neve migliore, dei canali da segnare per primi, dei pendii dove poter dire “guarda, finalmente!”

Avvenimenti, dicevo, che hanno attirato gli onori della cronaca con le inevitabili polemiche e scontri di vedute tra avverse fazioni di chi si schiera a difesa dell’una o dell’altra parte. È fuor di dubbio che tante persone che dibattono di ambiente invernale e ciò che ne succede non abbiano la minima idea di cosa sia la montagna d’inverno, o comunque la montagna in queste stagioni sempre più “pazze”. È altrettanto vero, però, che il numero di fruitori degli sport invernali in ambiente impervio è aumentato in modo esponenziale e, a volte, a ciò non corrisponde per queste persone una formazione specifica o qualsivoglia cultura della sicurezza che l’ambiente invernale impone. Alcuni parlano di mode, io voglio fare qualche considerazione su tragedie come quelle del crollo della cascata di ghiaccio in Valle D’Aosta e delle valanghe che hanno travolto sci alpinisti e freeriders un po’ su tutto l’arco alpino.

Insomma, parlo di fatti dove la montagna è comune denominatore.

Tiro in ballo una serie di considerazioni, personali, a cui sono giunto dopo 20 anni di scialpinismo, escursioni invernali, analisi di incidenti, studio della letteratura disponibile, prove sul campo, interventi con il soccorso alpino, etc etc. Considerazioni forse stupide ma basilari. La “pulce nell’orecchio” che voglio mettere a chi, responsabilmente, pensa prima alla propria incolumità e solo successivamente allo svago alpino.

Leggo sempre più spesso sui social network o su riviste del settore o blog, pareri discordanti e, a volte, tante stupidaggini. Volevo dire la mia su alcuni punti messi in discussione e sostenuti a spada tratta dai seguaci dei video della Red Bull o della Teton Gravity.. Per citarne solo alcuni, ma gli esempi “nostrani” sarebbero parecchi.

Il rischio “emulazione ignorante” è dietro l’angolo.

Punto 1 – Bollettino valanghe: Uno strumento la cui consultazione reputo estremamente utile, anzi, indispensabile. Chi, per pianificare le proprie uscite, non lo consulta è un incosciente. La correttezza dello stesso è dimostrata dagli ultimi fatti, sulla bontà delle valutazioni riportate non ci piove. Il bollettino dovrebbe essere esaminato prima di ogni uscita e studiato con cura da chi pratica sport invernali in ambiti non gestiti. Sul documento vengono indicati tutti i dati necessari a organizzare un’uscita in ambiente: dati meteo, situazione generale del manto nevoso ed eventuale evoluzione, localizzazione delle zone pericolose e grado di pericolo. È indubbio quindi che l’osservanza ed il rispetto delle indicazioni riportate, di per sé, favorisca l’aumento della sicurezza personale. Però quanto riportato sul bollettino deve essere compreso ed elaborato dai singoli e non è possibile improvvisare nulla al riguardo. Diffidare dai finti esperti o da chi dice che il bollettino non serve a nulla, ce n’è tanti in giro…

Punto 2 – Grado 3, questo maledetto: La scala del grado di pericolo indicata sui bollettini valanghe è compresa tra 1 e 5. Interpretazione personale: 4 e 5 sono gradi che suggeriscono di restare sotto le coltri. Con grado 3 le statistiche registrano il maggior numero di incidenti. Uno legge 3 e pensa “Dai, è una via di mezzo, cosa vuoi che succeda?!” E invece al grado 3 corrispondono situazioni in ambiente di difficile gestione e/o individuazione se non si è veramente preparati in merito. Qua torna utile la lettura del bollettino valanghe, vedi punto 1, per individuare le zone di pericolo e, di conseguenza, starne alla larga!  Da poco ho visto dei video, ovviamente pubblicizzati sulla pubblica piazza, di queste persone che affrontano con grado 3 un’uscita che, personalmente, reputo molto pericolosa e da cui sono tornato indietro parecchie volte attendendo condizioni più sicure. Il bollettino indicava chiaramente un marcato pericolo di slavine in quella zona e in quel contesto eppure sono scesi e, non paghi, hanno pubblicizzato il tutto con toni entusiastici creando aspettative e voglia di neve fresca nei followers. Il giorno dopo, puntuali, i seguaci sono subito andati a ripetere l’itinerario. Il bollettino continuava a mettere in guardia alla stessa maniera e anche questi se ne sono fregati. Ecco, mi piacerebbe vedere meno video di questo genere e più video di gente che torna indietro. Sarebbe una novità contraria all’attuale tendenza, la rincorsa della neve appena scesa, della polvere – della powder – come la chiamano i freeriders. La neve fresca, a volte, può essere più stabile di una neve caduta da giorni ma è una condizione piuttosto rara e serve essere molto preparati per capirlo. Indi per cui..

Punto 3 – Il fatto che un pendio sia già tracciato (salita e/o discesa) non vuol dire che sia sicuro! Il comportamento del manto nevoso è molto complesso e le variabili in gioco sono tantissime. L’assestamento della neve può durare da alcuni giorni fino a periodi ben più lunghi nei versanti in ombra (con condizioni ambientali sfavorevoli). Ricorda quindi di non credere che in presenza di tracce il pendio sia sicuro ma affidati, in primis, alle valutazioni del bollettino. Vedi punto 1.

Punto 4 – Cambiare la cultura del “tutto subito” con quella del “quel che basta e a tempo debito”. I vecchi dicevano “lo scialpinismo si fa da marzo in poi”. Lo scialpinismo si può fare dalla prima nevicata di stagione ma con i dovuti accorgimenti – vedi punto 1. Uscire con gli amici per un w.e. di salite/sciate, magari lontano da casa e trovarsi delle condizioni pessime deve significare l’annullamento di quanto preventivato, a costo di aver fatto il viaggio inutilmente o di aver consumato le preziose ferie in automobile. Le montagne, si dice, sono sempre lì ad attendere, non vanno da nessuna parte…

Punto 5 – Avere sempre con sé la dotazione di sicurezza personale composta da ARTVA, pala e sonda e, soprattutto, saperla utilizzare! Mi sono capitati molti casi, anche di amici, che non hanno idea di come si usi l’apparecchio per la ricerca di travolti da valanga (ARTVA). Ritengo ciò di gravità assoluta come assoluta è l’ignoranza di chi si muove in ambiente invernale senza tali attrezzature. “Eh ma costano troppo…” A queste persone chiedo di riflettere se la propria vita valga o meno 150€.

Dato per scontato che ogni sci alpinista o ciaspolatore ce l’abbia, il proprio apparecchio ARTVA va conosciuto a fondo. Provalo e riprovalo, organizza incontri con i tuoi amici e nascondeteli a turno, anche al buio per rendere più veritiera la simulazione. Documentati, frequenta i corsi del CAI o quelli specifici organizzati dalle guide alpine. Ricordati di sostituire le batterie ad ogni stagione e ogni volta che il livello delle stesse segnalato sul display scende al di sotto del 50%; le temperature fredde dell’alta quota così come l’eventuale utilizzo in fase di ricerca consumano molta più energia di quello che credi. Conoscere il proprio ARTVA dev’essere quindi una priorità perché, nel malaugurato caso che dovesse servire, la situazione sarà di agitazione assoluta e una buona formazione di base aiuterà sicuramente in quei momenti.

Hai la sonda? Bene, hai mai provato ad utilizzarla? La sonda, come l’ARTVA, è uno strumento fondamentale e, seppur più semplice, va saputo usare. Partecipa a una delle giornate organizzate dalle varie delegazioni del C.N.S.A.S. sparse sul territorio italiano nelle giornate di “sicuri sulla Neve” o ai corsi del CAI, o prova tu stesso a nascondere nella neve, sotto un adeguato spessore, vari materiali per renderti conto di ciò che si sente sondando e della differente risposta dell’asta.

Sulla pala non c’è molto da dire se non che sia obbligatoriamente presente nel tuo equipaggiamento e, preferibilmente, sia realizzata in materiale metallico e non plastico. Esperienze dirette hanno insegnato che certe pale impiegate per disseppellimento in valanghe di neve primaverile si sono rotte in meno di 5 minuti. In caso di necessità ricordati di spalare la neve a valle del punto di possibile seppellimento cercando di creare una zona di spazio libero pari alla profondità di sondaggio che aiuterà il travolto nelle successive fasi di estrazione ed eventualmente di stabilizzazione sanitaria.

Punto 6 – Gli sbalzi termici troppo repentini fanno ormai parte di queste stagioni invernali dal clima anomalo e mettono in crisi le manifestazioni mutevoli della natura come le cascate di ghiaccio e il manto nevoso. Se le previsioni meteorologiche indicano rialzi termici troppo bruschi evita di metterti in pericolo andando a scalare sul ghiaccio o scegli di conseguenza il giusto itinerario sci alpinistico considerando l’orario di partenza adeguato. Vedi comunque il punto 1!

Punto 7 – C’è brutto tempo? Stai a casa o scegli itinerari esenti da rischi. Più facile a dirsi che a farsi ma non sarà una domenica spesa sul sentiero del pellegrino al Lussari anziché in qualche canale a rovinare il tuo curriculum. L’aria buona respirata è la stessa.

Punto 8 – Vestiti adeguatamente. Il tuo vestiario dev’essere adeguato a fronteggiare anche eventuali situazioni non contemplate nella tabella di marcia. In montagna può succedere di tutto. Può rompersi un attacco, può spaccarsi uno sci, qualsiasi cosa. Avere degli indumenti termici al seguito, un telo termico, una pila frontale, un piccolo kit di pronto soccorso e un attrezzo multi utensile possono rivelarsi estremamente utili se non fondamentali.

Punto 9 – Porta sempre il telefono cellulare. Niente da aggiungere, in caso di emergenza, ad oggi, il numero per l’attivazione del soccorso alpino è il 118.

Punto 10 – ABS o Avalung possono anche non salvarti la vita. Queste attrezzature possono essere utilissime ed esserne dotati favorisce intrinsecamente l’aumento della sicurezza personale ma è altrettanto vero che in caso di valanga tali attrezzature possono non bastare a preservarti! Da qui ti rimando al punto 1 e al fatto che dai contesti pericolosi bisogna stare alla larga!

La maturità di un alpinista, ma anche di chi tale non si reputa ma frequenta la montagna d’inverno, si concretizza nelle scelte che fa, da come si comporta in certi contesti, dalla capacità di evitare di mettersi in pericolo quando le condizioni della natura non sono quelle giuste per accettare la presenza dell’uomo. La capacità personale di sottrarsi alla logica del “io rischio = io valgo” va incentivata e condivisa.

Ieri ho visto uno “sciatore fenomeno” (l’ho definito tale non certo per le doti sciatorie) che mentre viene travolto da una grossa valanga continua, nonostante tutto, ad inquadrarsi e mantenere alto il braccio fuori dalla neve per le riprese.

Mi chiedo quanto valga per taluni il valore della propria vita, alpinisti o puri fruitori di un ambiente che per loro è diventato unicamente il palcoscenico delle loro gesta o un campo sportivo.  E me lo chiedo sempre più spesso quando noto che il contrappeso alla propria incolumità è rappresentato, ad esempio, da una telecamera full HD.

Da una parte, sul piatto della bilancia, il valore della propria esistenza; i 2 piatti collegati dal bastone per selfie e sull’altro la telecamera.

Non credo serva aggiungere altro, anzi, il link al bollettino valanghe FVG quello si..

http://www.regione.fvg.it/asp/valanghe/welcome.asp

“Cascata di Cave” e “del fortino”

27.01.2017

Oggi, finalmente, sono riuscito a salire un paio di cascate molto in voga nell’ambiente delle arrampicate su ghiaccio delle Alpi Giulie. 2 salite classiche molto frequentate, conosciute da sempre per la bellezza delle colate nonché per l’ambiente in cui si formano, in particolare quella “del fortino”.

Con il termometro dell’auto che segna -14° abbandonare il caldo abitacolo è quasi un delitto eppure la curiosità verso la prima colata, ribattezzata “la cascata di Cave”, vince ogni ignavia. A queste temperature scricchiola tutto. I peli del naso si ghiacciano all’istante, grumi di brina ricoprono la barba e quel che ne sta attorno. Le operazioni di routine vengono fatte alla svelta e in un silenzio piuttosto irreale, con Luca non si parla mai molto. La cascata parla anche per noi, rimbomba all’interno di una grossa rientranza naturale, oltre le colonne appuntite che pendono dal ciglio del salto superiore.

E’ il mio turno. Salendo perdo man mano la sensibilità alle dita di una mano e mi trovo veramente in difficoltà. Impugnare il manico delle picche e non sentire i propri arti è una brutta sensazione e cerco di terminare al più presto la lunghezza per ficcarmi le mani sotto alle ascelle e tentare di ripristinare la circolazione sanguigna. A -14° non si scherza.

La seconda lunghezza pare più semplice, lo capisco anche dalla velocità con cui la corda mi sfila dalle mani.

Il mio respiro fa nebbia attorno e si fonde con il respiro della cascata. Una nebbia densa di vapore sale infatti al di sopra della colata principale, rincorrendo lo scivolo di ghiaccio per perdersi oltre il ciglio superiore della struttura. Lassù tutto è avvolto dall’alito di ghiaccio, tutto è brina e riluce del chiarore riflesso di un sole che bacia la montagna antistante.

Luca raggiunge l’ultima sosta attrezzata sul bordo superiore dove il tranquillo riscello genera la cascata che abbiamo appena salito. Con 2 corde doppie siamo alla base, pronti al trasferimento verso il contesto del Lago del Predil e la prossima colata.

sam_1847-copia

Linea si salita con soste attrezzate

Al parcheggio ci attende un cannone, fa la guardia a quel che resta di un vecchio forte della prima guerra. L’accesso alla colata impone l’ingresso nella vecchia costruzione, oramai derisa ai giorni nostri dai ramponi degli alpinisti. Risaliamo una solare valletta che va perdendosi tra salti di rocce e pini. Sulla sinistra, poco dopo, fa la comparsa il ghiaccio. Anche questa è una scalata classica del genere e Luca sale senza troppi preamboli i 50m del primo salto. Salgo facilmente guardandomi attorno, si va d’incastro, la battuta bruta sarebbe un inutile spreco di energie e generare rumori inadatti a questo contesto non avrebbe senso. Già parla l’acqua che scorre sotto questa corazza.

Più su il ruscello si perde in una miriade di piccoli salti e lastre bianche. Una lunghezza interessante sarebbe sulla sinistra ma oggi non vuole proprio essere salita, è scarna e sfuggente. Decidiamo per il rientro con una calata in doppia sulla sosta vicina attrezzata allo scopo.

Siamo stati nel cuore freddo delle Giulie. Il più genuino.

Omarut e Luca

Questo slideshow richiede JavaScript.

Informazioni utili: la “cascata di Cave” (Cave del Predil) è raggiungibile lasciando la strada principale all’interno dell’omonimo paese subito dopo il rettilineo (provenendo da Tarvisio) ed inoltrandosi in una viottola secondaria per un centinaio di metri. La cascata è evidente sulla sinistra. 100m per 3 lunghezze con difficoltà massima di 3°+/4 in base alle condizioni del ghiaccio e della linea di salita scelta. Soste attrezzate per calata sulla sinistra orografica (con una doppia da 60m dal ciglio superiore alla prima sosta da terra e quindi alla base con altri 25m).

La “Cascata del fortino” si raggiunge dalla S.S. che da Cave del Predil porta a Sella Nevea. Piccolo parcheggio sulla destra a circa 1 km dal bivio per il passo del Predil in corrispondenza di un fortino. Addentrarsi nel fortino e quindi per la valletta retrostante si raggiunge in 5 minuti la base della struttura. 60+120m per 4 lunghezze (se formate) con difficoltà massime di 3°/4° in base alla linea prescelta (passaggi più impegnativi sulle candele di sinistra nel circolo basale). Prima sosta attrezzata.

sam_1858-copia

La linea della cascata del fortino per l’accesso “ai piani alti”

Piccoli Pellegrini

25.01.2017

Ho la caparbietà di innamorarmi spesso di luoghi negletti, di posti dove non passa anima viva da un bel pezzo. E lo faccio spesso, soprattutto d’inverno quando scorgere linee bianche tra i boschi delle alpi Carniche significa per me, il più delle volte, scoprire. Esplorare, verbo quasi estinto al giorno d’oggi seppur in voga nella mia testa quando giro per monti.

Non ricordo quando diedi la prima occhiata a questa linea bianca incastonata tra i boschi, forse nel 2012 mentre vagavo alla ricerca di altre linee salibili in maniera più diretta e scontata. Eppure quella volta bastò che i miei occhi vedessero un piccolo frammento di ghiaccio della sua linea per prenotare un contatto diretto nei tempi a venire. Che poi, come in questo caso, ci siano voluti anni per ritrovarci è una sottigliezza. La Carnia non è di sicuro il regno delle arrampicate sul ghiaccio, cascate o colate salibili si contano sulle dita di una mano.. E l’idea che profuma di esclusività mi inebria ancor di più.

Sapevo comunque che non sarei stato il primo a battere le picche sul ghiaccio di questa cascata: dialoghi con dei locals mi confermarono che fu salita già attorno agli anni ’90, ma poco importa.

Qua devi cogliere l’attimo perché domani potrebbe essere già troppo tardi. Un periodo di freddo così duraturo ha dato modo a numerosi rigagnoli della Valle del But di farsi gelo e rendersi salibili dagli appassionati dell’arrampicata sul ghiaccio. Il fatto è che io e Marco sappiamo che non troveremo nessuno davanti a noi.

Niente file, niente attese, niente chiasso, niente urli, niente. Perché gli appassionati del ghiaccio sono altrove. E noi allora cosa siamo? Appassionati, ma alla nostra maniera. La scelta di concedere una chance alle nostre montagne vale più della salita di una linea classica del circondario.

All’inizio del Moscardo, nei pressi della vecchia torre, lasciamo l’auto e dirigiamo appiedati verso la linea vista anni fa. E’ nuovamente lì dove la lasciai e pare essere in ottima forma. Dobbiamo solo risalire i boschi basali cercando di approcciarci nella giusta maniera al canale che la genera. Oltre il coreografico ponte, risaliti un paio di tornanti della pista ciclabile, lasciamo la retta via e ci inoltriamo per boschi. Le tracce della civiltà contadina che fu qua si fondono con dei presidi della prima guerra mondiale, o meglio ciò che ne resta. Vaghiamo quindi per i boschi di questa montagna, il Tenchia, la montagna delle streghe. A terra il fondo è duro come il cemento, l’atmosfera è ferma, immobile come sempre in queste mattine di gelo.

Incontriamo finalmente il canale fatto di grossi sassi glassati dal ghiaccio. E’ un canale incassato e scontroso, risalirlo senza ramponi sta cominciando ad essere difficile. Poco oltre gli spazi per un attimo si aprono e concedono la visione di due linee di ghiaccio. La nostra è la principale ed è anche la più lontana, servirà ancora qualche fatica ma il canto che l’acqua produce sotto i sassi lascia presagire quantità di ghiaccio interessanti. Ed effettivamente il colpo d’occhio della colata principale, una volta giunti alla base, è incoraggiante: una bella placca che si perde in alto nei boschi.

Non resta che approfondire questa conoscenza.

Marco mi assicura mentre risalgo la prima lunghezza. Il ghiaccio a tratti è molto sottile, si vede il flusso fluido scorrere nelle vene di questa colata, la cosa fa quasi paura. Scelgo le traiettorie per restare nelle zone più spesse, i chiodi ringraziano. La lunghezza non oppone difficoltà particolari ma va bene così, solo raggiungere la sosta mi lascerà con il fiato sospeso per un passaggio obbligato sopra ad un sasso piuttosto liscio. Assicuro Marco che sale veloce togliendo le protezioni.

img-20170125-wa0002

Calata

Il secondo tiro è suo, più verticale, al sole. Un sole che oggi torna ad essere caldo dopo un lungo periodo di freddo. E il calore non fa bene alla nostra colata, sta sudando, s’è fatta sottile, rimbomba sotto ai colpi di Marco come fosse la grancassa della banda di paese. La definizione da manuale parla di “arrampicata sulle uova”. La farò anche io, poco dopo assicurato ad un grosso abete poco oltre il salto più verticale.

Con un piccolo trasferimento pianeggiante, ostacolato da piante e grossi massi franati, raggiungiamo un altro piccolo dislivello ghiacciato. Saranno 10m di 3°.

L’ultima lunghezza sarebbe davanti a noi, candida nella sua essenza ma completamente esposta al sole. Pericolosa in sostanza.

Guardo le dorsali boscate che mi stanno di fronte, verso il Monte Paularo il sole da la parvenza della primavera.

L’uscita della cascata è uno stretto cono al di sopra delle rocce, gocciola in maniera cospicua ed è preoccupante pensare ad una sua risalita.

Decidiamo per la discesa, torneremo un’altra volta per completarne l’ascesa e scoprire se la linea può avere un ulteriore ed interessante sviluppo verso l’alto.

I resti di un cordino scolorito ci guardano mentre effettuiamo la discesa in corda doppia, sono molto più bassi della nostra posizione e defilati dal centro del canale. Immagino che quella volta fossero saliti con condizioni di ghiaccio decisamente diverse. Predecessori malati di ghiaccio carnico.

“Piccoli Pellegrini” è dedicata a un nostro caro amico e quello che lo aspetta dal futuro. La vita è un ciclo, si cresce, si cambia, si viaggia. L’importante è avere dei punti fermi, saldi come le montagne. Quando ci sono, l’avvenire sarà solo una gioia.

Omarut e marco

INFO UTILI: “Piccoli Pellegrini” è un flusso ghiacciato di rara formazione e ancor più rara salibilità. Si forma dal rio che scende dal Monte Tenchia nei pressi della centrale idroelettrica della SECAB, in prossimità dell’avvenieristico ponte della pista ciclabile nei pressi della torre Moscarda di Paluzza.

La base si raggiunge in 35/40 min senza grosse difficoltà. Il primo tiro, di 2°, è lungo circa 30m con sosta da attrezzare sugli alberi di sinistra. Il secondo tiro fa 45m, di 3°, e conduce ad un pianoro sommitale dove si sosta su alberi. Con breve trasferimento di affronta un altro piccolo salto ghiacciato verticale (10m – 3°) e quindi il tiro finale di 3° per 25/30m. Calata in corda doppia lungo la via di salita. Cascata già salita da ignoti nei tempi andati.

Il mago dell’effimero

14.01.2017

sam_1807

Nella bolla di cristallo

Il freddo ha un potere fenomenale: quello di interrompere la normalità. Elementi, vite, atmosfera. Tutto si ferma.

Quando il termometro staziona sotto zero per parecchi giorni, come in questo periodo, la magia si ripete. Una magia dalle mille forme, dagli intensi colori ma un solo comune denominatore. Il silenzio.

Siamo partiti presto oggi, alla ricerca di quegli incantesimi che sono le colate di ghiaccio. Per salirne almeno una e provare quel brivido che offre innalzarsi sopra una materia che in realtà non esiste. O non dovrebbe esistere se non ci fosse questa magia.

Quando il mago forma le sue creature lo fa in silenzio, costruttore nottambulo dall’instancabile attività. E te ne rendi conto mentre ti avvicini ad una delle tante sue creazioni. Capita nel bosco, avvicinandoti al Mondo magico del freddo all’interno di un piccolo ed appartato canyon di bassa montagna. La strada è vicina, poche decine di metri si frappongono fra te e qualche macchina che passa veloce. Volgi lo sguardo verso l’alto, cammini un po’ in questa bianca distesa. Ieri ha finalmente nevicato, la prima della stagione. Non ricordavi nemmeno più com’è bella la montagna imbiancata e quanto può essere affascinante procedere senza produrre alcun suono perché i fiocchi a terra si mangiano ogni rumore. Anche quelli dei tuoi stessi passi. Solo una scia segna la tua presenza. Attorno non odi nulla, uno zero assoluto di movimenti, rumori, suoni. Pochi attimi che sembrano proiettarti altrove, all’interno di una bolla dove sei l’unico che può rendersi conto di ciò che sta accadendo.

Poco oltre attraversi un bosco cristallizzato nella stessa sfera. Abeti increduli sono stati bloccati mentre neppure s’accorgevano di pietrificarsi. I figli della magia sono milioni di cristalli lucenti ed immobili. Ti senti più vivo perché attorno a te tutto pare morto.

Alla base della colata di ghiaccio un lontano gorgoglio sotterraneo ti ricorda l’anima di ciò che stai per salire. Un’eco fluido che nella bolla pare un lontano bulicame, elemento esterno che ora non centra. Forse è una parte dell’elemento che stai per salire, quella sfuggita all’incantesimo e che piange per se stessa, bloccata in posizione verticale con i piedi legati a questa parete di roccia. Non vorrebbe che i nostri ramponi la bucassero ma sa anche che, nel giro di qualche giorno, i nostri euforici gesti non saranno nemmeno un ricordo.

Siamo nella cattedrale dell’inverno e le candele trasparenti che stanno sopra alle nostre teste sembrano le canne dell’organo principale. Lo strumento oggi suona solo per noi. Alle nostre battute di picozza e ramponi vibrano come corde di chitarra, cantano della loro voce, trasmettono l’agonia di un elemento avvezzo allo scorrere, di movimento costretto all’immobilità.

I nostri occhi si riflettono in mille sfumature di freddo. Trasparente, blu, opaco, azzurro, bianco, grigio.

Un Mondo effimero in cui entrare e lasciarsi stregare..

Omarut e Marco

Val Saisera