La falesia di Ugovizza

16.11.2018

La falesia di Ugovizza, realizzata dagli uomini della Brigata Julia, è perfetta per chi vuole muovere i primi passi arrampicatori senza troppi patemi d’animo. Una chiodatura oltremodo generosa e la scarsa lunghezza delle vie ne fanno un terreno ideale per i corsi.

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L’esposizione a S-O rende la parete perfetta per le giornate soleggiate di mezza stagione.

Le vie hanno difficoltà comprese tra il 4a e il 5 b/c, sono caratterizzate da un’arrampicata di placca dove, date le difficoltà, non mancano buoni appigli per piedi e mani. Roccia molto particolare, a metà strada tra il calcare, il granito e il conglomerato. Molto aderente.

 

 

Si può parcheggiare l’auto nello spazio poco oltre il tornante della strada, accesso alla parete immediato. Unico neo, per i tiri di destra della parete, che si fa sicura sulla sede stradale ma il traffico non è abbondante e non infastidisce.

Le 8 vie sono così suddivise:

1 – Fratelli d’Italia 5a

2 – Uque 5a

3 – Saifnitz 5a

4 – gatto silvestro 5b/c

5 – Motosega 4c

6 – La catasta 4c

7 – La galleria 4c

8 – Pragelato 4c

Altezza massima 15 metri

Accesso: da S.S. di Ugovizza seguire le indicazioni per il Rif. Gortani (consiglio una visita, prezzi oltremodo onesti e ottima qualità dei piatti), risalendo la strada asfaltata fino al terzo tornante (siete arrivati). 5 minuti da Ugovizza

Buon divertimento!

 

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Quel profumo di resina che non avrei mai voluto sentire

Riporto di seguito l’articolo di Altitudini.it scritto da Simonetta Radice. Credo la mia prima intervista..

Omar Gubeila da due anni gestisce il rifugio De Gasperi, nelle Dolomite Pesarine. La stagione è finita ed è il tempo migliore per fare due chiacchiere in attesa del nuovo anno. Ma intanto succede l’imprevedibile.

testo di Simonetta Radice, foto di Omar Gubeila

 

Questa intervista era nata in un altro modo, era nata perché volevamo che Omar ci raccontasse della sua scelta di vita nel diventare gestore di un rifugio e della sua esperienza di questi due anni al De Gasperi.


Quante volte, davanti al PC e seduti a una scrivania, abbiamo pensato “che ci faccio qui?”Anche Omar l’ha pensato. E a un certo punto deve essersi risposto qualcosa tipo “niente”, in maniera molto convincente. Così si è alzato ed è andato altrove.  Con un coraggio e una nitidezza d’azione che spesso ci manca. Ma Volevamo anche capire con lui le potenzialità, le caratteristiche ed eventualmente i punti deboli di un territorio senza dubbio non tra i più frequentati e blasonati dell’arco alpino. Poi è successo quello che è successo e dato che anche la zona dove è situato il rifugio De Gasperi è stata investita dall’ondata di maltempo, gli abbiamo chiesto un aggiornamento della situazione  In questo articolo trovate quindi un dopo e un prima.
Con un motivo in più per andare al rifugio De Gasperi. La prossima estate.

 

Tolmezzo, giovedì 1 novembre 2018
Continua a piovere anche adesso che scrivo, ma gli scorsi giorni è stato peggio.
In particolare lunedì, verso sera, i territori delle Alpi Carniche, dove più dove meno, sono stati teatro di una catastrofe naturale senza precedenti, almeno a memoria personale.
Ho vissuto l’evento nella mia casa di Tolmezzo. Tutto è cominciato con la pioggia battente, accompagnata da vento di scirocco, di quello che fa alzare le temperature oltre la media e che d’inverno scioglie la neve sulle cime. Anche nei giorni precedenti il sisma del ‘76 le giornate erano stranamente calde. La gente non dimentica certe sensazioni dove l’angoscia è stata cullata dal terrore e prima di quest’ondata di mal tempo, la scorsa settimana, la corrente di fohn caldissima ha come anticipato una nuova sventura. Solo che stavolta s’è presentata sotto forma di acqua dal cielo, tantissima, in due giorni ha piovuto come fossero tre mesi. E vento, come non s’era mai visto.

Come se un pettine gigante avesse rastrellato i boschi
La sera di lunedì ho avuto paura per la prima volta in vita mia di un evento atmosferico.
Dagli abbaini della mia casa, nel sottotetto, ho potuto sentire quel vento straniero che di lì a poco avrebbe distrutto tutto come un rullo compressore. Nella conca di Tolmezzo c’è stato il preludio, qualche danno a tetti e coperture, lamiere volate via ma, in fin dei conti, nulla di troppo serio. L’ho sentito prendere a spintoni le case del mio paesello e scapparsene via verso le montagne, accompagnato dall’acqua dei nuvoloni che si portava appresso. Le valli e le dorsali Carniche lo hanno poi trasformato in una vera e propria bufera. Un uragano che ha steso a terra tutto quello che s’è trovato di fronte.
È arrivato dove nei giorni precedenti gli acquazzoni si sono succeduti senza soluzione di continuità ingrossando i torrenti a dismisura e saturando i versanti che, ironia della sorte, non vedevano pioggia da mesi. E tutto è venuto giù. Come la forza di gravità anche il soffio impetuoso ha steso le foreste orientando i fusti degli abeti nella medesima direzione. Come se un pettine gigante avesse rastrellato i boschi per metter ordine dirigendo tutti i fusti degli abeti nella stessa direzione.

Lunedì sera il culmine, tutto ululava
Martedì mattina ho potuto rendermi conto della gravità della situazione operando con il CNSAS nei vari paesi colpiti, trasportando medicinali o rilevando situazioni di potenziale pericolo a supporto della Protezione Civile. La Carnia è stata spezzata in due. Uno dei principali ponti della viabilità extraurbana è stato mangiato dall’impeto delle acque. Il torrente Degano, solitamente piuttosto cheto, è diventato portatore improvviso di materiali d’ogni genere dilavati dai monti con una furia mai vista prima.
Su verso il mio rifugio, in Val Pesarina, numerose frane si sono abbattute sulla strada causandone la chiusura in più punti. Diversi paesi sono rimasti isolati. Saltata l’energia elettrica, saltati i collegamenti telefonici. Come nel resto dell’intero territorio montano.

Cerco di salire verso il rifugio
Mercoledì, preoccupato per il De Gasperi ma già con una certa rassegnazione in cuore, cerco di salire verso il rifugio. Da subito mi avvertono che la strada è interrotta poco oltre l’ultimo paese della valle. Facciamo qualche chilometro oltrepassando cavi elettrici dell’alta tensione stesi sull’asfalto: numerosi piloni sono mozzati a metà altezza. Poco oltre un mezzo è intento a liberare la sede stradale dalle centinaia d’abeti caduti. Anche qui l’impressione è di una certa armonia in questa devastazione. Qualcuno lassù deve aver giocato a Shangai con le nostre foreste. Da lontano pare rotolata un’enorme biglia che, rimbalzando tra i versanti, ha steso sulla sua corsa tutto ciò che gli stava sotto. Come quando si giocava da bambini con le biglie in spiaggia, ma qua si parla di interi versanti delle montagne. Per raggiungere il parcheggio estivo, dove si arriva in automobile, impieghiamo circa un’ora di cammino. Un’ora di complicati sbrogliamenti tra ramaglie e tronchi mozzati. Un inferno.
La neonata stazione sciistica di Pradibosco nemmeno inaugurata pare già da buttare: alberi abbattuti sull’impianto, seggiolini sputati a decine di metri dai cavi, metalli spezzati battuti dal maglio della bufera.

Queste erano le “scale di casa nostra”
Cominciamo a salire. Quello che era un sentiero fino a qualche giorno fa, diventa un irriconoscibile versante devastato. Ho percorso questi boschi centinaia di volte oramai, con il mio socio queste erano le “scale di casa nostra”, avevamo dato un nome ad ogni sasso a forza di vederli. Adesso non capisco nemmeno dove sono, a stento trovo il percorso giusto. E ci impieghiamo un’eternità. Lo sconforto prevale, tutto è demolito ed abbattuto. Gli alberi versano radici all’aria, con fatica continuiamo a salire. In un traverso in quota il sentiero si è abbassato di dieci metri, in un punto pare intatto ma di fatto è scivolato dalla sua sede naturale perché coinvolto in quello che capiremo essere un grosso smottamento dell’intero versante.
Giungiamo al rifugio. Incredibilmente solo un po’ di acqua è filtrata all’interno dal tetto ma la struttura e le finiture paiono aver retto; i vecchi una volta sapevano il fatto loro in fatto di edilizia. Verso la teleferica, cordone ombelicale indispensabile per la gestione, le casette di servizio sono state scoperchiate e sventrate senza remore. Alcune apparecchiature elettriche di fondamentale utilizzo sono finite sott’acqua. E c’è già la neve.
Rientro a valle. In questo cimitero verde oggi lascio una parte del mio cuore.
C’è una splendida essenza di resina che pervade ogni spazio, avrei preferito non sentirla.

Da quando gestisci il rifugio De Gasperi?
Dal 2017, in pratica ho appena terminato la seconda stagione della mia gestione.

Come sei arrivato a questa scelta?
Dicono che le vie del Signore siano infinite e, nel mio caso, il detto casca “a fagiolo”. La mia passione più grande è sempre stata la montagna e quanto attorno ne orbita. Prima di cambiare vita, se così si può dire, ho passato 14 anni seduto in un ufficio per 10 ore al giorno davanti allo schermo di un PC masticando burocrazia. Mi chiesi più volte cosa stessi facendo di buono per me stesso e per la società e se avesse un senso produrre quintali di scartoffie per lo più inutili. Uno stato delle cose che mi andava sempre più stretto. Chi mi conosce meglio del sottoscritto, e cioè mia moglie, colse segnali piuttosto evidenti di scoramento psicologico e mi convinse a prendere questa strada. Non è stato facile fare questo salto nel buio ma ora devo dire che vivo sereno e faccio quel che mi piace.

Com’è andata la stagione?
Nel complesso bene. Il mese di luglio è stato purtroppo parzialmente interessato da quel fenomeno conosciuto come “meteoterrorismo”: previsioni meteo puntualmente errate che portano le persone a non salire in montagna. Purtroppo l’80% delle piogge previste non sono mai arrivate. E, di conseguenza, nemmeno le persone.

Quali sono le maggiori sfide e le maggiori soddisfazioni di questa professione?
Il rifugio che gestisco assieme a Simone è tra quelli più complessi, un vero rifugio alpino che è raggiungibile anche per noi dello staff in un’ora e trenta di cammino. Le difficoltà primarie sono insite in questa distanza dalle comodità del fondovalle; ad esempio se serve una semplicissima vite, ci vogliono 3 ore per andare alla ferramenta e tornare al rifugio. Gli approvigionamenti in generale nonché gli impianti piuttosto vetusti dell’edificio sono le cose che ci danno più grattacapi. Garantire la normalità è di per sé una bella vittoria. La sfida con le normative e le procedure del fondovalle è un’altra bella gatta da pelare: ti chiedono di scansionare ed inviare un documento ma a 1800 metri non è una passeggiata, documentazioni obbligatorie superflue che incidono pesantemente sul bilancio, etc. etc.
Una sfida a lungo termine che ho particolarmente a cuore è quella di far rivivere il De Gasperi dopo la scarsa frequentazione dovuta a quanto successo prima del nostro arrivo e su cui non voglio scendere nel dettaglio. Riportare gli alpinisti, gli arrampicatori ma anche i bimbi con le famiglie al Dega è il nostro obbiettivo per i prossimi tempi.
Tra le soddisfazioni senz’altro il rapporto con le persone, i sorrisi degli ospiti quando lasciano il rifugio dopo una notte da noi ma anche fornire informazioni tecniche su percorsi alpinistici e ricevere un grazie, detto con gli occhi prima che con la bocca, queste sono le soddisfazioni che quotidianamente vivo in quota.
Vivere circondato e dentro la natura. Basta un’occhiata alle cime che mi sovrastano o al cielo stellato di una notte estiva per far passare gran parte della stanchezza del mio lavoro.

 

Oggi che cosa si aspetta la gente da un rifugio?
Credo che il ruolo del rifugio sia parecchio cambiato negli ultimi decenni. Sono un gestore da solo 2 anni ma il trend è innegabile: a queste quote e non trattandosi di rifugio posto su un ghiacciaio, l’edificio è visto in primis come un ristorante d’alta quota dove arrivare dopo la scampagnata e gustarsi un buon pranzo prima del rientro a valle. In tal senso le persone sono divisibili in due categorie: montanari e turisti mordi e fuggi. I primi si accontentano di quello che il rifugio offre ed evitano richieste che nulla centrano con il contesto. I secondi portano spesso pretese fuori luogo forse non comprendendo a fondo le difficoltà del servizio a queste quote. Noi ci facciamo una risata ma non sono nuove richieste come gelati, ghiaccioli, uva bianca croccante, cocktails, etc. etc.

Che tipo di pubblico accogliete? Alpinisti, escursionisti…
Come ti dicevo soprattutto escursionisti che vedono nel rifugio la meta ultima della giornata. Molti anche gli escursionisti di passaggio che transitano al Dega dopo aver percorso il sentiero attrezzato Corbellini lungo un giro ad anello che li riporta a Sappada. Pochi ancora, purtroppo, gli alpinisti e gli arrampicatori.. Ma ci stiamo lavorando, le potenzialità per l’arrampicata sportiva e tradizionale sono tante.

Che cosa pensi delle manifestazioni in quota? Tipo grandi concerti o eventi in qualche modo di massa.
Tra le regole di base che mi sono posto assieme al socio all’esordio della nostra gestione è il divieto assoluto di realizzare eventi in rifugio che non c’entrino nulla con il contesto delle Dolomiti Pesarine. Sono capitato in passato, transitando nelle mie escursioni, a queste feste in quota e mi sono allontanato subito inseguito dal fragore delle casse a pieno volume. E’ comprensibile quanto addotto dai colleghi gestori che tali eventi risanino i bilanci sempre rosicati dei rifugi ma purtroppo io sono un puritano integralista: meglio povero e in pace con le mie credenze che organizzatore di un appuntamento che nulla c’entra con la montagna. Al Dega, quindi, abbiamo messo al bando musica elettronica e/o cose del genere. Stiamo investendo invece parecchio in appuntamenti di nicchia come spettacoli teatrali, musica dal vivo, serate alpinistiche, etc. Per il prossimo anno bollono già in pentola corsi di scrittura creativa ed incontri a tema.

Spesso sembra che le persone vadano in montagna a cercare le cose che sono in realtà tipiche del fondovalle, che cosa ne pensi?
Si capita per la categoria riportata nella domanda precedente. Purtroppo tante persone sono legate ai loro usi quotidiani e alle loro abitudini e non capiscono che in fondo, l’andare in montagna, è bello anche perché ti permette di vivere una piccola avventura fuori dalla quotidianità. Ma i cambiamenti spesso fanno paura. Per me andare in quota è sempre stato sinonimo di “cambiare aria”, provare emozioni nuove e genuine, anche solo adattandosi ad una notte in sacco a pelo o ad un panino mangiato su di un prato fiorito. Sono emozioni che si imprimono nella testa e li ci restano.

 

 

Quali sono le peculiarità e le problematiche della valle in cui lavori?
La valle Pesarina, così come più in generale la Carnia, ha una grossa potenzialità: la genuinità della natura e la scarsa frequentazione. Può capitare di camminare per giorni senza incontrare nessuno sui sentieri. Un aspetto di primaria importanza confermato dai tanti ospiti stranieri con cui mi sono confrontato. Ad esempio, a luglio, ho avuto un cliente di Vienna che fa il “cacciatore” di luoghi selvaggi. Un viaggiatore di monti che migra in tutto il continente europeo. Si è fermato da me tre giorni confermando la mia teoria che tra tutte le montagne europee quelle carniche sono tra le meno antropizzate e più splendidamente selvagge.
Di contro le problematiche sono quelle di cui si parla quotidianamente: spopolamento e abbandono. Il bosco si sta riprendendo il suo spazio ad una velocità incredibile, i giovani scappano per la mancanza di servizi e il cerchio si stringe sempre di più. Mancano le infrastrutture basilari, come ad esempio i trasporti. Per salire al Dega non ci sono linee pubbliche che passino al punto di partenza del sentiero, la fermata più vicina è a 8 km. La tanto decantata politica della montagna e dell’aiuto ai giovani in montagna la vedo in lontananza all’orizzonte dalla terrazza del rifugio, resta nel fondovalle ben lontana dalle nostre necessità e richieste: in due anni di gestione l’unico sostegno parziale è arrivato dalla regione per l’organizzazione di qualche evento culturale. Per il resto silenzio stampa nonostante le richieste inviate. Fortunatamente siamo giovani pieni di voglia di fare e di entusiasmo, ma non nego che capita anche qualche attimo di scoramento.

Che tipo di sviluppo immagini per il suo futuro?
Auspico una maggiore frequentazione delle Dolomiti Pesarine da parte degli amanti della montagna. Uno sviluppo che resti armoniosamente legato a questi luoghi conservandone la peculiarità di un turismo “slow”. Quest’anno la regione ha previsto la possibilità di raggiungere i rifugi in quota con le automobili, ovviamente dove è presente una strada di servizio. Tanti colleghi gestori hanno festeggiato divulgando tale possibilità auspicando un maggiore afflusso di clienti. Noi del Dega crediamo il contrario: in futuro punteremo molto invece su quelle persone che la domenica, anziché andare nei nuovi autogrill in quota, vorranno camminare almeno per una giornata lontano dal caos che quotidianamente vivono. E qua riemerge il mio integralismo.
Mi sto impegnando per lo sviluppo alpinistico della zona, ho infatti da poco terminato una nuova falesia di arrampicata sportiva a due passi dal rifugio. E poi c’è la ferrata dei 50, una perla delle Dolomiti Pesarine, bloccata da due anni da questioni puramente burocratiche.
Quando, in futuro, nelle camere del mio rifugio tintinneranno moschettoni e chiodi, allora avrò raggiunto gli obbiettivi che mi sono prefissato.

E per il tuo di futuro?
Bella domanda. Provare a raggiungere la qualifica di tecnico di elisoccorso con il CNSAS è un sogno che ho nel cassetto da un po’. Continuare la strada che mi porta a vivere di montagna per tutto il tempo dell’anno. Poter definirmi “montanaro” nel senso più genuino del termine sarebbe una bella soddisfazione. Per ora non posso dirlo anche se tra rifugio e soccorso piste in inverno mi tengo abbastanza impegnato in altura. Pare che la mia gestione del rifugio sia apprezzata, magari troverò in futuro una struttura che sia gestibile anche d’inverno. Se poi mio figlio avrà voglia di seguire le orme di suo padre appassionandosi a queste nostre fantastiche montagne, sarà una bella soddisfazione. Per ora a 7 anni si definisce “la guida turistica del rifugio De Gasperi”. E da quest’anno spina anche le birre. Comincia a chiedere se voglio un boccale già prima di colazione!

Mangart, cima di confini

25.10.2018

“Questa si che è una bella rogna!” disse quella sera Cirillo al bar di Cave. Il turno in galleria appena finito lasciava sul volto il nero fumo di centinaia di lampade mal funzionanti appese ai trespoli giù, nel ventre della terra.

Cave del Predil negli anni ’50 era un paese ricco e brulicante di vita, la miniera di piombo e zinco dava lavoro, fatica e pane per sfamare intere famiglie che vivevano stipate in grandi casermoni anonimi. E l’inverno era freddo, aghi di brina ricoprivano tutto che pareva fosse appena nevicato.

“C’hanno tagliato fuori dal nostro Mangart, dovrà pur esserci una maniera per risolverla questa faccenda” continuò cercando nello sguardo dei suoi amici seduti un appiglio a cui attaccarsi, una presa sicura per non lasciarsi scoraggiare.

Dal fondo della sala un uomo robusto esclamò a gran voce “A si Cumbina ben, i crets iu conossin ben, plui di chei quttri maucs ca son par sore” (la risolviamo sicuramente, le rocce le conosciamo bene, meglio di quei quattro stupidi che ci stanno sopra). Dopo mesi di discussioni, quella era la serata giusta per condividere tra amici l’idea vincente. Una visione che poteva nascere solamente da quel manipolo di uomini che oltre ad essere amici per la pelle nelle viscere della terra lo era, soprattutto, mentre legati salivano le pareti sulle cime del Tarvisiano. I turni in miniera non erano mai abbastanza lunghi, i lavori mai troppo duri per evitare loro le uscite alpinistiche della domenica o le arrampicate serali al chiaro della luna. Passione per l’alpinismo, lacerante e dirompente. Totalizzante.

Poteva mai un trattato, firmato a migliaia di kilometri da Cave, negare a quel manipolo di funamboli verticali l’accesso alla loro montagna?

Potevano eleganti sconosciuti vestiti in doppiopetto stabilire arbitrariamente quella linea di confine che dal ’47 significava solo problemi, libertà spezzata e sogni di gloria infranti? Gli alpinisti non possono essere tenuti a bada con il filo spinato, ne tantomeno con le canne dei Kalashnikof.

Quella sera d’inverno, mentre fuori nevicava fitto e nella stanza del bar il vino scaldava gli animi, Ignazio presentò la sua idea. Espose il suo progetto con rassicurante tranquillità, conscio della forza delle proprie idee. Poche frasi, un progetto ambizioso ma che trovò subito il consenso dei presenti.

“I vin da faa une ferade ca leeti su par sore il ricovero dal Travnik, la ca son che dos buscias tal cret. Si lin viers sinistre, i rivin sot dal Mangart sence laa dai Slaavs e no nus podin faa nue” (dobbiamo fare una ferrata che salga sopra il ricovero del Travnik, dove ci sono quelle 2 buche nella roccia. Se andiamo verso sinistra arriviamo sotto al Mangart senza sconfinare dagli slavi e non ci possono fare niente).

In sala sguardi luccicanti d’emozione già facevano capire che di lì a poco il seme piantato quella sera d’inverno da Ignazio sarebbe germogliato in breve portando alla creazione di un percorso unico nel suo genere, non tanto per le difficoltà tecniche dei passaggi, quanto per l’ambizione di sfiorare, salendo, quelle che venivano viste come figure losche e pericolose. Più che un confine una linea di morte.

Le guardie confinarie dell’esercito Yugoslavo, i cosiddetti Graniciari, come avvoltoi stavano appollaiati sul belvedere di cresta, facendo la spola tra la forca della Lavina e le pareti Nord del Mangart. Ed erano sempre li, pioggia sole o neve la sicurezza della loro presenza era diventata un’ossessione. Soprattutto per chi nelle cime della conca di Fusine aveva la seconda casa.

Da qualche anno, dopo il trattato di Parigi, la salita alla cime del Mangart era diventata cosa assai rischiosa, peggio di una salita in aperta parete. Confini dettati a tavolino ne rendevano di fatto impossibile l’ascesa da parte degli italiani, a meno di non rischiare di prendersi una pallottola in testa.

 

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I lavori cominciarono appena possibile, con la neve ancora alta perché la Fusine dei tempi era più simile alla Siberia che a una tranquilla località turistica di media montagna.

Il gruppo di amici si adoperò come non mai alla realizzazione di quest’opera. Erano uniti nell’intento comune e quando quei personaggi si mettevano in testa una cosa, quella doveva essere, ad ogni costo. Grazie anche all’appoggio dell’ingegner Nogara, capo della miniera di Cave, materiali ed attrezzature da lavoro furono riadattate e posate sulle pendici nord del Mangart, ad un passo dagli stivali dei graniciari. La linea di confine era veramente vicina, e dicono le cronache, a volte qualche pallottola di sfida fischiò verso l’Italia.

La ferrata italiana al Mangart prese forma anche grazie agli alpini e consentì nuovamente l’accesso alla fascia mediana della montagna, dove il confine volge a meridione lasciando aperto lo spiraglio d’accesso verso la cima principale. Il percorso doveva obbligatoriamente arrivare lì, altre soluzioni non ce n’erano.

 

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Mancano pochi metri alla fine della ferrata. Ho passato una piccola dorsale di rocce levigate e scivolose dove i miei scarponi hanno poggiato su di una traversa in ferro posata negli anni 50 da quei matti di Cave. A tratti mi innalzo solo grazie a vecchi gradini scavati nella viva roccia. Sotto ai piedi l’esposizione s’è fatta vuoto pesante, i larici gialli dell’autunno aspettano la neve 800 metri più in basso. Dall’ombra del versante in cui salgo un piccolo cippo di confine bianco sta al sole segnando linee immaginarie che per noi, al giorno d’oggi, altro non sono che smagriti ricordi. Da ragazzo si andava con i miei a fare benzina in Yugoslavia, a comprare lo zucchero, il caffè, le stecche di sigarette. Quand’ero ragazzo li, probabilmente, stava ritto un uomo con fucile in spalla che guardava l’Italia dall’alto.

Europa vuol dire anche questo, mi sento fortunato salendo alla cuspide finale, su verso la croce di vetta. Incrocio ragazzi che provengono un po’ da tutto il continente. L’accento smaschera frasi solo accennate.. Dobro, Hello, Hi, ciao.. Né io né loro dobbiamo più pensare che dietro l’angolo qualcuno è pronto a farci passare guai seri solo perché stiamo calpestando queste rocce e non le stesse a 10m di distanza.

Gli spazi che si godono da quassù sono cieli senza barriere. Il Mangart è un cippo di confine di per sé, non di genti ma di spazi. A Est Alpi verdi e boscose, quelle che più mi s’addicono. A Ovest un giardino di pietra stinta verso il Triglav e lo Jalovech che oggi m’incute quasi tristezza.

Il Mangart è il ricordo di chi c’ha preceduto, con le loro passioni totalizzanti. Penso a Cirillo con cui ebbi la fortuna di fare qualche uscita, a Ignazio, a Umberto e a tutti gli altri.

Grazie

Omarut, Max e Gabriella

 

 

Info utili: la ferrata italiana al Mangart attacca nei pressi del Biv. Nogara attorno a quota 1900 e si sviluppa sulla parete Nord di un avancorpo della cima (il bivacco è raggiungibile dai laghi di Fusine attraverso il sent. CAI 517 Alpe vecchia – Biv. Nogara in circa 2.30-3h). Non presenta tratti troppo impegnativi benché, verso l’alto, sia piuttosto verticale ed a tratti esposta. Risulta comunque ottimamente attrezzata. Tempi di percorrenza dai 60 ai 90 min, dislivello sui 300m e sviluppo di poco superiore. Necessaria l’adeguata attrezzatura (kit da ferrata e caschetto).

Giunti sullo spallone mediano, dove la ferrata termina e si congiunge alla salita normale che si raggiunge anche dal rifugio sloveno Kocana Mangrtskem Sedlu (strada percorribile in auto via valico del Predil) è possibile salire alla cima del Mangart a 2677m attraverso la via normale segnalata ed attrezzata (grado EE – rari passaggi di I° in 1.30h) o la facile ferrata slovena. Il tutto risulta ben segnalato in loco.

Quanto sopra descritto è stato immaginato dal sottoscritto e potrebbe non corrispondere in toto ai fatti avvenuti. Ringrazio per le informazioni ricevute l’amico G.A. Ennio Rizzoti.

 

 

 

   

 

 

La Madonnina di Berto

05.10.2018

Alberto, detto Berto, era un contadino di poche parole e grossa fede.

Arruolato per scelta altrui negli alpini, da Villotta di Chions si ritrovò catapultato sulle cime delle Alpi Giulie, in quella selva di pareti e boschi dove le alte sfere degli eserciti contendenti avevano deciso di tracciare la linea del fronte. Un tratto tutt’altro che lineare ed omogeneo, spezzettato e frastagliato come le guglie calcaree che dentellano il cielo, se guardate dai paesi del Canal del Ferro.

La mattina di quel 24 ottobre regnava un’atmosfera pregna, pesante e appiccicosa. Dal cielo grossi nuvoloni bigi continuavano a vomitare gocce d’acqua che parevano di piombo.

Nella trincea di Berto, sul monte Veneziana sopra Pontebba, il silenzio era spettrale. Perfino quei pochi abeti rimasti in piedi dopo i bombardamenti parevano scheletri ossuti in cerca di un chiarore che alleggerisse la cappa di morte che aleggiava. Solo i bagliori delle granate che sbattevano sulle rocce, al di sopra delle loro teste, squarciavano l’oscurità persistente.

Niente luci in trincea, il nemico ti scorge. Su, nei prati del Brizzia sono sempre con quel dannato binocolo, pronti a spararti addosso. Come han fatto con l’intero paese di Pontebba, dannati crucchi. Non ne restano che muri abbrustoliti e calcinacci.

Da giorni circola una notizia, di quelle che fan tremare fin dentro le budella: i crucchi si stanno organizzando per un attacco in grande stile. E tu sei li, nella tua trincea, nel gelo umido di un autunno di morte a gridare Italia. C’è un puzzo acre di sudore e paura, non si parla più in trincea da ore, non c’è più niente da dire. Solo Attesa.

Berto stringe tra le mani la Madonnina del suo paese, una piccola statuina di ceramica bianca, poco più grande della cartuccia di un fucile 91. Sta sempre nella divisa, sul fondo della tasca destra. Lì ce l’hai messa alla partenza da Villotta con la promessa di riportarla sul comò della tua camera. Un patto stretto con il cielo nel distacco da casa verso la guerra, mentre le lacrime dell’arrivederci non decidevano a fermarsi.

“Ah Madonnina vedi de me, tornemo presto a casa”.

Non fai che strofinarla, baciarla e adorarla. E per qualche attimo neppure ti pare di essere li, buttato sul fango del terreno tra i muri a secco della prima linea italiana.

Poi l’urlo del capitano: “I tedeschi hanno sfondato a Caporetto! Dobbiamo ripiegare o ci taglieranno la via di fuga, fate in fretta, tutti giù. Prendete solo i fucili, presto!”

La Madonnina ti scappa di mano Berto, cade sul fango e subito viene calpestata dal tuo amico Antonio. “Lascia star quel cazo de statuina e vedi de darti una mossa che qua ci accopano tutti se no te sbrighi!”.

Scappi, scappano tutti. Correte verso l’ignoto come se in cima alla montagna ci fosse il Demonio in persona sceso per venirvi a prendere. L’inferno sai già cos’è ma può essere ancora peggio.

Una calca di uomini che si getta a capofitto nell’oblio di una fuga. Paiono granelli di sabbia dentro una clessidra, la stretta di Chiusaforte segna il tempo della sconfitta. Carri, bestie, uomini, stracci, sapore di ferro. E poi gente che grida, che piange, che singhiozza. Tu, Berto, taci e cammini in silenzio come hai sempre fatto nella vita. Un passo dopo l’altro con il volto della Madonnina impresso nei pensieri, le suppliche di salvezza come un mantra silenzioso che ti estranea dal caos in cui sei immerso.

Sono pochi kilometri, per te abituato a camminare, ma paiono eterni. S’avanza a stento, le strade sono intasate e quella dannata pioggia non accenna a smettere. Qualcuno spara, ma la battaglia è già persa.

Dicono che il Demonio sia sceso a valle, ha usato la Val Raccolana, è stato più furbo. La morte l’hai guardata in faccia parecchie volte Berto, ora ce l’hai di fronte e ti rassomiglia. Vestita del tuo stesso identico colore, solo più cupo.

 

A Villotta Berto non tornerà più. In un campo di concentramento dell’ Ungheria si spense anche l’ultima sua preghiera. Lo trovarono a terra, nell’ultimo gelo di marzo, con la mano infilata nella tasca destra.

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La guerra è una cosa orrenda. A cent’anni di distanza ho trovato questa rappresentazione sacra lì dove il soldato “Berto” ha combattuto e difeso l’Italia. Ho messo giù queste righe col pensiero che, a volte, neppure Dio può salvarci dalla nostra stupidità.

Dormi in pace Berto.

Omarut

 

 

Il sentiero Corbellini, in bilico sulle Dolomiti Pesarine

 

Corbellini 8C’è stato un tempo in cui, in Carnia, si realizzarono opere faraoniche di collegamento e viabilità alpina. Penserete subito al primo conflitto mondiale, quando interi battaglioni di genieri crearono sulla cresta di confine friulana quelle opere che ancora oggi sono indelebili percorsi per gli appassionati del trekking.

Oggi esploro, invece, quel sentiero realizzato senza alcuna finalità bellica dalle genti della Val Pesarina. Guidate da un signore che ebbe l’utopia di collegare la conca sappadina al rifugio De Gasperi. Regolo Corbellini, ideatore e regista di quest’opera, seppe infatti concentrare ed unire gli sforzi della comunità di valle per realizzare quello che oggi risulta essere un percorso unico nel suo genere su tutto l’arco alpino.

4000m di sviluppo circa, di cui 1200 scavati nella roccia con l’utilizzo di mine, centinaia di metri attrezzati con cavi, una traversata che si sviluppa attorno a quota 1700m slm, sono i numeri che fanno da contorno a questa opera faraonica realizzata negli anni 30.

Mi muovo solo, sul far della sera. La luce bassa del sole indora le pareti che mi circondano e mi sovrastano. Ho lasciato il bucolico Passo Siera e mi sto dirigendo al rifugio De Gasperi dove mi attendono per la notte. Il silenzio è rotto solo dal frinire dei grilli che a migliaia cantano la canzone del tramonto.

Il percorso alterna tratti attrezzati a dorsali di prato. Erba verde così forse non ne ho mai vista. Ha fili lunghi e regolari, mi pare d’essere su queste traversate in quota una pulce che si muove sulla groppa di un immenso animale verde. La potenza della natura ti pervade e ne fai parte. Lontano tuona un temporale. Il sentiero è il mio filo di Arianna, mi guida nel dedalo di questi versanti giovani e franosi.

Procedo spedito, tra scalette e corrimano, lungo camminamenti strappati alle pareti ad un passo dalla gravità che si inghiotte i ghiaioni. Questo percorso concede la fortuna di poter passare dove, senza l’utopia di Corbellini, regnerebbe la profonda natura selvaggia delle Dolomiti Pesarine. Montagne fuori dalla folla, di una bellezza struggente. I passaggi si susseguono tra canali incassati che scavano le viscere della montagna, acque che gorgogliano verso valle, boschi pensili dove l’incontro della fauna selvatica è tutt’altro che casuale.

Il temporale s’avvicina ma, dopo un’ultima risalita, varco la soglia di quell’edificio che ha nel nome la sua  missione prima: il Rifugio De Gasperi. All’interno l’accoglienza e il calore umano danno benvenuto e conforto al viandante che, stanco, ha la fortuna di godersi da questo balcone panoramico un tramonto che resterà indelebile nei ricordi.

Informazioni tecniche: il sentiero Attrezzato Corbellini (CAI 316) collega il rifugio De Gasperi al Passo Siera. Classificato dal CAI come sentiero per escursionisti esperti è consigliabile l’uso del kit da ferrata e del casco. Il verso di percorrenza è indifferente. Il posso Siera è raggiungibile dalla Val Pesarina attraverso la strada di servizio della Malga Siera (strada chiusa al traffico veicolare) in circa 2 ore di cammino o da Sappada in circa 1.30 ora. Il rifugio De Gasperi si raggiunge dalla località Pian di Casa attraverso il sentiero CAI 201 in circa 1.30h.

 

 

Transumanza di nuvole

25.08.2018

Sta in fondo alla valle o sul fondo di un pensiero che orbita nelle nebbie?

Capitano tempi dove la vista è preclusa, ma non conta; per essere guidati non sempre è necessaria una connotazione precisa e delineata.

A volte basta un’idea, una sensazione, uno stato, un lento fluire di nuvole che vagano senza una meta come pecore erranti, vortici alla rinfusa fluenti sui  pendii circostanti. Affiora, a volte, quando il vento del Nord scende dalle rocce e sfilaccia quell’uniformità bianca che ti serra lo stomaco e la vista. Che non dice -“permesso”- quando apri la porta ma s’insinua prepotente nei tuoi spazi, perché vivi anche grazie a questo.

E lo sai.

La tua casa diventa punto nell’infinito. Il sipario è calato e ti estranea da tutto quello che si chiama mondo. Svanisce il cielo, la terra, i boschi. A volte anche i pensieri.

Li ritrovi poi però, fra le quattro mura del tuo ostello in quota, vengono a cercarti spesso quando la transumanza è in atto. Perché le nuvole creano vuoto attorno ma occupano spazi in te che, spesso, nemmeno percepisci.

Spensieratezza – le novità che ti fanno sorridere anche quando non dovresti, ma tu sei così

Disagio – nascosto da una risata. Nostalgia, sull’attenti si deve stare… Altrimenti?

Maturità – di chi dovrebbe averne meno secondo l’anagrafica personale ma, in effetti, la carta quassù vale meno dei fatti

Pacatezza – celata dietro ad un sorriso che raramente si fa vedere ma che riscalda come un fuoco, quando appare

Poi li perdi di nuovo.

Si offuscano indistinti nel biancore infinito che lasci fuori dalla finestra. Basta un click, e tutto è nero.

 

 

 

 

 

 

 

 

Le placche calcaree della Val di Collina

Ogni arrampicatore, in cuor suo, quando va per monti cerca emozioni mute che solo la roccia può dare entrandoci in sintonia. L’alta Valle del But è racchiusa da pareti con cui dialogo da anni, che hanno visto crescere la mia passione per il verticale e che sento un po’ casa mia.

Sono tornato pochi giorni fa alle placche della Val di Collina, grosso scudo di calcare ben visibile anche dalla strada statale che collega il Friuli Venezia Giulia alla Carinzia attraverso il valico del Passo di M. Croce Carnico.

Scalare in questa zona è un intreccio di sensazioni. Si arrampica tra confini poco visibili, geografici, storici ed ambientali. Salendo alla parete, infatti, si sfiorano le vicende storiche che interessarono questi luoghi, la Grande Guerra ha lasciato memoria di sé come le piccole caserme ancora visibili tra le radure verso la malga e il Confine di Stato che dista poche centinaia di metri.

Il primo appiglio si offre a noi a due passi dall’automobile. È una roccia compatta, il grigio Devoniano dove l’acqua nei millenni ha disegnato le scure righe e i solchi che ci permettono oggi di salire. Sfioriamo leggeri placche ed appigli perché qui l’arrampicata non si fa con la forza bruta ma con l’equilibrio di una danza verticale. La roccia offre lavagne completamente lisce o grossi buchi naturali in un susseguirsi di variabili di pietra che alimentano la nostra fantasia. Attorno, le calde atmosfere dell’autunno ci colorano il cuore di calore.

Il confine friulano tra alpinismo classico e moderne scalate passa anche per queste pareti dove alle attrezzature odierne dell’arrampicata sportiva si affiancano i vecchi chiodi infissi dai nomi celebri di chi ha portato questa disciplina in Carnia.

Scendiamo dalla parete assieme a un gruppo di simpatici arrampicatori austriaci: cent’anni dopo pare che i confini d’odio eretti in tempo di guerra siano stati definitivamente eliminati.

Info utili

Le placche della Val di Collina sono costituite da varie pareti dov’è possibile trovare itinerari di arrampicata per tutti; le difficoltà infatti partono dal IV grado per arrivare al VII e oltre negli itinerari spiccatamente sportivi della parte bassa. Le vie più ripetute sono la “De Infanti” e la “Dorigo” che si sviluppano per un centinaio di metri sulla parte alta delle placche. Gli itinerari risultano ben attrezzati e l’avvicinamento si svolge per comodo sentiero dalla Malga Val di Collina bassa raggiungibile su strada sterrata anche con normale autovettura (lasciare la statale che porta a passo Monte Croce Carnico all’altezza del terzo tornante).

 

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Questo post fa parte del progetto FVGlivexperience a cui volentieri “presto” la mia penna per la promozione del mio territorio.

Qua il link:

http://www.fvglivexperience.it/2017/10/06/le-placche-calcaree-della-val-di-collina/

And the winner is… La Carnia!? (?)

Secondo anno di partecipazione ad Innovalp, festival organizzato dalla locale cooperativa Cramaars con il sottotitolo di “Festival delle idee per la montagna”. Una serie di incontri corposi, a volte introspettivi, altre volte piuttosto utopistici..

Il primo meeting a cui ho partecipato è stato quello del 21 marzo al museo Gortani di Tolmezzo, andava in scena la presentazione di una guida sulle Dolomiti (Lonely Planet a cura di Piero Pasini). A seguire si trattava il tema de “Il viaggio di un camminatore nella storia contemporanea della montagna friulana” con l’intervento del Prof. Fabrizio Barca.

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La Tolmezzo che ci piace

Se la prima parte dell’incontro non mi ha particolarmente colpito, vuoi per i temi trattati vuoi per una certa demagogia turistica dove si ostentava la Wilderness delle nostre amate montagne friulane, ben altre emozioni mi hanno suscitato gli interventi degli ospiti a seguire. Anche perché mi sono sentito chiamato in causa in primis come gestore di un rifugio alpino, che di fatto, ha visto intrecciarsi la scorsa estate delle vicende legate al suo interland che nelle tanto decantate Dolomiti, si sarebbero trasformate in barzellette nel giro di pochi giorni… In secondo luogo come Ambassador del Friuli Venezia Giulia.

Il colto professore, persona dal carisma magnetico lo devo ammettere, è stato narratore di quanto provato in una sua vacanza sull’intero arco alpino orientale, una vacanza realizzata al ritmo delle proprie gambe perché fatta interamente a piedi. Dalle sue scorribande alpestri dovevano essere distillate 8 impressioni, 4 negative e 4 positive sui territori montuosi del nostro Friuli.

Se all’elenco degli elogi si intravedevano sguardi sornioni e soddisfatti tra gli astanti, alle note negative c’è stata un’alzata generale di scudi. Per come sono fatto io, a volte sin troppo propenso a mettermi in discussione, devo ammettere che quanto fotografato dal Barca corrisponde all’essenziale verità della montagna friulana.

Territori rugosi dove le emozioni sono, ancora e nonostante tutto, per pochi eletti, soprattutto perché questi territori, a parte ai residenti (e non sempre alla maggioranza di questi ultimi), restano sconosciuti ai potenziali turisti forestieri.

Ambiti inflazionati vs terre semisconosciute.

Comprensori di confine dove il centenario della Grande Guerra sta per finire con un nulla di fatto nella generale inerzia. Kilometri di linea del fronte dove restano poche macerie, sopravvissute alle altre inghiottite da vegetazione o annichilite dalle frane. Pochi i cartelli esplicativi, pochi i ricordi, pochi – quindi – gli onori che al giorno d’oggi rendiamo a chi sul fronte della montagna friulana ha perso la propria esistenza.

Moltissime persone incontrate negli stessi, soliti, ambiti e pochissime in tutto il restante territorio montano.

Incertezza dei sentieri e rarefazione degli stessi. Cartellonistica, anche transfrontaliera, carente o del tutto assente. Progettare una gita nella montagna friulana diventa alquanto difficile: alla poca offerta riscontrabile se paragonata alle “altre Alpi”, corrisponde una notevole mole di domanda che, puntualmente, si perde lungo il cammino della pianificazione per le difficoltà di trovare, ad esempio, un comune denominatore del territorio dove poter programmare più giorni di visita. Realtà separate seppur vicine, campanilismi inutili (questo ce lo metto io).

Il nulla dopo l’eventuale escursione alpestre. E si citano le terme di Arta, come esempio di piscinetta calda senza dubbio superate in qualità ed offerta dalla qualsiasi SPA del qualsivoglia Hotel dei territori confinanti.

Ferrate, tra le più belle della regione, chiuse in piena stagione estiva. E qui mi sono accalorato al punto da dover intervenire a difesa di chi, su quelle montagne, ce la sta mettendo – davvero – tutta.

Come mi aspettavo le critiche sono state guardate e valutate in malomodo ed, in parte, in maniera alquanto prevenuta.

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Dal canto mio sono convinto che le situazioni riportate corrispondano a verità. Il futuro? Chi lo sa, mi piace pensare che chi vive le terre alte sarà aiutato effettivamente e sostenuto da quelle istituzioni che dicono di impegnarsi quotidianamente per lo sviluppo della montagna. Mi piace credere, forse utopisticamente, che il seme piantato ad Innovalp faccia crescere una logica virtuosa in cui i montanari (ed ho il massimo rispetto per il termine) siano coadiuvati in quelle realtà che di per sé sono molto più faticose e difficili di una qualsiasi altra attività svolta a fondovalle. I malgari, i pastori, i boscaioli, i gestori dei rifugi. Queste persone hanno il bisogno di vedere segni tangibili al loro fianco, hanno bisogno di una politica che oltre alle campagne pre-elezioni sia poi  presente ed attiva, non tanto per i singoli ma perché aiutando questi “presidi d’alta quota” aiuterebbero, in generale, la montagna friulana con l’indotto che ne consegue.

Lo scorso anno mi sono gettato nell’avventura della gestione di un rifugio alpino, un vero Rifugio perché da me si arriva solo a piedi. Oltre a costi incredibili per l’avviamento della Ditta, a costi esorbitanti per l’evasione di carte relative alla “burocrazia spicciola” per lo più totalmente inutile, alla comparazione totale ed incondizionata ad un albergo di fondovalle con i relativi maggiori sacrifici, sento forte una sensazione di appagamento e gratificazione perché so di contribuire a fare del bene alla mia terra. Devo ringraziare  qualcuno? Qualche amico e alcune persone del CAI di Tolmezzo. Punto. Nel senso che nessun altro si è fatto vivo. Lo sviluppo di una grossa parte di montagna carnica è sulle spalle mie, del mio socio e dei volontari, che possono essere larghe e pronte al carico, ma che ringrazierebbero di certo se qualche ente pubblico si interessasse di più a cose spicciole che i turisti trovano tanto appetibili.. Segnaletica, diffusione on-line, manutenzione ferrate e relativa burocrazia, qualche forma di sostegno o collaborazione a chi, più che per interesse, lo fa per pura passione.

Ben-essere o Ben-avere? Questo è il dilemma .. (per me, senza dubbio alcuno, la risposta esatta è la prima).

Ma sto divagando.

Un altro incontro, quello con Francesco Grandis, scrittore per Rizzoli di “Sulla strada giusta” è avvenuto a palazzo Frisacco il 22.

Spunti interessanti e senza dubbio obbiettivamente affascinanti sono stati trattati.

“Sei veramente felice? Più che felice sono contento”.

Contento, da accontentarsi, stato psichico di beatitudine, calma e benessere.

Considerazioni sulla routine che il mondo moderno ci impone, dove le vite di tutti noi sembrano fatte con lo stampino: cresci, studia, trova un lavoro, sposati, lavora, vai in pensione. A questo Francesco ha detto BASTA dopo una rovinosa caduta psicologica avvenuta oramai qualche anno fa. Da quel tonfo ha ricostruito le basi della sua vita, coltivando gli interessi che portano, secondo lui, alla felicità. Punti di vista condivisibili, prospettive di un mondo frenetico che spesso considero tali anche io, mentre sono seduto all’apice di qualche cima, guardando verso il fermento della vita di fondovalle.

 

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Francesco Grandis

 

Il giorno successivo sono nuovamente seduto tra le sedie della biblioteca di Tolmezzo per ascoltare Francesco Vidotto, “Il menager che ha scelto la libertà”. Vidotto abita a Tai di Cadore, a poche decine di km da Tolmezzo e sta diventando uno degli scrittori più quotati del panorama nazionale italiano. Racconta la sua storia, che riassume ed amplifica quanto detto in precedenza da Francesco Grandis: il ritorno alla natura e alle montagne in questo caso non può che rivelarsi la scelta giusta per quelle persone che vedono nella natura il fine ultimo delle loro scelte.

 

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Francesco Vidotto

 

Ecco quindi il messaggio di fondo che incontri come questi lanciano a chi, come me, vuole anche un po’ sognare: la montagna può essere la scelta giusta per chi ci crede fermamente e ha voglia di  mettersi in gioco.

Io non sono né Grandis né Vidotto, ma come loro – probabilmente all’inizio grazie al mio subconscio – ho creduto nella rivincita del territorio che mi ospita e in quelle attività che, per ora altrove, danno da vivere a intere comunità. Ci ho creduto a tal punto da investire la mia vita e, per ora, posso dire di aver preso “la strada giusta”, come dice lo scrittore. Che sia più faticosa e sempre in salita sono punti di vista che non mi fanno paura, anzi. Quindi un consiglio finale, permettetemelo, a chi confida nel lavoro in fabbrica come traguardo ultimo di vita o alla fuga dal nostro territorio per trovare fortuna: se crediamo nella nostra terra qualcosa di buono arriverà.

La Carnia merita qualcosa di meglio e l’impegno dei singoli farà la differenza da qui al futuro.

Fuarce Cjargne!

 

 

 

Dalle Alpi alle Canarie

Le coincidenze della vita mi portano a lasciare per qualche tempo la Carnia per approdare, in mezzo all’oceano Atlantico, sull’isola di Tenerife nell’arcipelago vulcanico delle Canarie (territorio Spagnolo). La mia mente, adagiata sui luoghi comuni e sui preconcetti, ha pensato subito al relax di una fuga al caldo. In effetti credevo, erroneamente, che le isole Canarie fossero il regno delle spiagge bianche, delle palme e dei cocktail sorseggiati in riva al mare con addosso solo un costume e le infradito. Me la figuravo così questa fuga esotica. Pensavo fossero mingherline, delle isolette insomma.. Pensavo. Ma già dall’oblò dell’aereo ho capito che qualcosa nella mia formazione scolastica forse andava rivista o quantomeno approfondita.

Ho passato qualche giorno sull’isola di Tenerife, dicevo, uno scoglio in mezzo all’oceano che fa più o meno 84 km di lunghezza. Altro che atollo tropicale e isolette!

In questi giorni dedicati a famiglia ed amici mi sono tuttavia ritagliato dei piccoli spazi esplorativi concedendomi qualche escursione dell’ultim’ora, organizzata alla “carlona”, con poco abbigliamento, poche informazioni ricavate da una guida tascabile scritta totalmente in spagnolo e piuttosto vecchiotta, poche idee chiare fondamentalmente se non una ben precisa: quella di vivere attimi che stando, normalmente, Ai piedi delle Carniche, sono ben lontani dalla mia quotidianità.

Sull’intera isola vigila la sagoma del Teide, il picco vulcanico più alto dell’arcipelago che fa segnare 3718m agli altimetri e che si ritrova un po’ ovunque nel quotidiano vivere  isolano. Sulle auto, nei nomi degli alberghi, nelle pizzerie al taglio… L’idea era di salirlo assieme all’amico di ventura ma ben presto arriverà il suo cambio di programma per scelte più agiate, definiamole così.

Io non mi do per vinto e comincio la conoscenza di queste alture da quella più vicina che si può vedere dal mio alloggio: un bernoccolo roccioso di origine vulcanica che si alza sulle onde dell’oceano per circa 130m di quota, propaggine meridionale della Montana de Guaza.

Sarà una passeggiata esplorativa lungo sentieri ben marcati in attesa che la cittadina di Los Cristianos si risvegli. Godersi l’alba al mare è una situazione che mi è sempre piaciuta. Partire in silenzio da casa con la calda luce del giorno che nasce mentre il sottofondo ai tuoi passi lo fa lo sciabordio delle onde sulla terraferma. Attimi intensi. E’ uno strano salire. Non fosse che in questo periodo non sto tanto attento alla “linea” giurerei di essere più leggero! Chi viene dalle Alpi ed approda come me sui sentieri della lava si troverà stranito al primo impatto con questi percorsi che rimbombano, o comunque che fanno sentire i passi del viandante più leggeri. Le pietre sono molto leggere per la scarsa densità, anche le grosse lastre su cui capita di transitare emettono uno strano rimbombo, come fossero vuote  e si camminasse sui tamburi anziché su sentieri battuti. In breve giungo al limite di scogliere che si gettano nel mare, avevo fretta di vederlo dall’alto, l’oceano.

Strana cosa questa possibilità di fermarmi a studiarlo senza fretta, strana sensazione per chi viene dalle valli. Sempre stato abituato ad avere avanti all’orizzonte uno schermo, un sipario fatto di cime e poi altre cime, qua davanti non c’è nulla tra me e l’infinito che debba essere salito o scansato per vedere il limite dove possono arrivare i pensieri lanciati. Ed è una cosa che lascia basiti. Non è semplice acqua in grosse quantità ma un’entità viva che ipnotizza. So per certo di essere ben più alto della linea zero eppure ho l’impressione che l’accavallarsi delle onde possa da un momento all’altro crescere a dismisura e travolgermi. Strana cosa questo oceano. Elemento dotato di voce propria al contrario dei monti. Urla, sbuffa, crepita.

Rientro con calma, il paesaggio è talmente fuori dai miei schemi mentali dell’abitudine che non posso esimermi dal fermarmi in continuazione a esaminare strane piante nane dal tronco spesso nate attorno alle rocce. Si danno sostegno l’un l’altro su questo altopiano. Di strani cerchi di pietre provo a capire l’origine arrendendomi dopo pochi minuti. Rientro alla base.

Il giorno seguente lo dedico alla salita di una delle cime più antiche dell’isola, la Roque Imoque data come meritevole di visita dalla solita guida.

Lascio l’auto ad Arona, piccolo paesino sulla strada che dal mare porta al cratere del Teide e mi addentro in un paesaggio rurale di rara bellezza. Strano come bastino pochi attimi alle Canarie per passare dal traffico caotico delle cittadine mondane della costa a questi spazi di silenzio resi più profondi dal senso di estrema naturalità che quanto mi circonda offre. Percorro qualche centinaio di metri, dopo i primi cartelli, le segnalazioni sono sempre più parche fino a scomparire del tutto. Vago per circa 30 minuti in queste lande, attraverso un torrente in secca (che qua chiamano Barranco) scendendo ripide sponde di pietra lavica dai mille colori, risalgo oltre su zone appena franate e poco frequentate. Non ho la più pallida idea di dove sia finito, eppure la montagna è davanti a me. “Non mi sono mai perso in vita mia – mi dico – vuoi che mi perda alle Canarie??” E inoltrandomi in cunicoli sempre più stretti fra fichi d’india sempre più vigorosi ritrovo la retta via.

La salita si impenna nei pressi di una costruzione rurale abbandonata. C’è vicino uno strano lastricato, geometricamente perfetto nella sua rotondità, dallo scopo misterioso.. Le ipotesi sull’utilizzo di questa opera mi frullano in testa talmente forti che non mi accorgo nemmeno di aver raggiunto la sella indicata sulla mappa e che il tempo sta rapidamente cambiando in peggio. In effetti, dall’arrivo a Tenerife, non ho mai ancora trovato quel caldo da “spiaggia equatoriale” che mi sarei atteso, anzi, il clima è al limite per essere definito mite. Di conseguenza indosso quello che un montanaro europeo si porterebbe per una camminata all’equatore: pantaloncini e maglietta. Però guai a fermarsi perché i denti cominciano a battere.

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La salita non da tregua, sale lesta fra pietre variopinte e cactus dalle dimensioni oltremodo generose. Giù lo sguardo si perde verso l’oceano ancora per poco, entrerò in una nuvola densa verso la sommità di quella che credevo la Roque Imoque ma che non corrisponde per fattezze e quote a quanto mi dice la cartina. Comincia a piovere e la temperatura crolla. “Non piove mai alle Canarie, vuoi che si metta a piovere ora??”.

Sulla piatta cima poi, vagando nella nebbia, perdo definitivamente il sentiero in una selva di terrazzamenti uniformi. Sembrano disegnati al PC, una precisione disarmante che mi fa perdere l’orientamento. La lattugginosità della situazione mi fa pensare che mantenendo la direzione di marcia troverò senza dubbio il sentiero che mi consentirà di concludere l’anello. Al posto del sentiero trovo alte pareti e, oltre queste, foreste di cactus su cui cadere facendo la fine del coyote dei Looney Toons.. -No, qualcosa non quadra-. Stanco della situazione seguo il vecchio adagio “chi lascia la strada vecchia per la nuova…” e decido di tornare sui miei passi ma ritrovare il sentiero di salita sarà più arduo del previsto. Nonostante tutto, rientro all’auto senza esser stato costretto ad allertare i colleghi del soccorso alpino Canarini (ma ci sono?), magra consolazione. Insomma, un giro immerso in una natura spettacolare su quella che saprò poi essere la Roque del Conde e non la Roque Imoque. La cima fa 1001m e su di lei regnano le nuvole, ho scelto proprio bene la mia escursione!

L’ultima uscita la dedico al Teide, il terzo vulcano per altezza del Mondo. Sono 40 km di salita solo in auto per raggiungere la zona dei parcheggi, un’ora abbondante di strada, altro che Kaiser Zoncolan.

Sto risalendo nell’oscurità la bellissima strada che passa per Villaflor e il termometro dell’auto continua inequivocabilmente il suo conto alla rovescia. Verso le pareti che racchiudono il vecchio cratere l’avvertimento è perentorio: “3°C rischio ghiaccio”. “Ma sono all’equatore o al Polo Nord??”.

In un silenzio irreale e una solitudine che sa di ere geologiche lontane, ammiro dall’interno dell’abitacolo questo spazio senza tempo che è la Canadas del Teide (la caldera vulcanica). Devo convincermi ad uscire e combattere con il freddo equatoriale, sembra una barzelletta.

Orfano di qualsivoglia compagnia ho deciso di dedicarmi alla salita di una cima delle tante qua attorno, la Montana Blanca, che fa 2740m di quota ed è quella che più mi attira, vuoi per il nome un po’ “alpino”, vuoi per il facile accesso dalla strada.

La temperatura esterna mi fa correre più del dovuto, sono vestito sempre poco seppur abbia addosso tutto quello che mi sono portato da casa. La bellezza di quanto mi sta attorno è struggente, credo di aver visto raramente dei posti così affascinanti. Il fatto di trovarmi su di un vulcano poi, mi riporta alle mente le altre esperienze vissute sulle rocce laviche: l’Etna, Vulcano, Stromboli e Alicudi. Attimi che conservo nel cuore come tra i più belli del mio essere camminatore. Perché se c’è qualcosa che la camminata con il suo ritmo costante ti regala, sempre, quando vaghi immerso nella natura, è la capacità di farti fare un viaggio in te stesso. Se poi, questi viaggi, sono fatti in un silenzio avvolto da queste espressioni della Terra, il proprio viaggio interiore è ancora più profondo. Sarà che mi sono costruito un modo di vedere il mondo alla mia maniera, un Fengh Shui nostrano senza troppe linee guida imposte, ma qua attorno gli elementi sono tutti al posto giusto per allineare i miei pensieri verso quello che parrebbe essere la felicità. Un termine pericoloso, felicità, a scriverlo fa quasi paura. E sono felice proprio qua dove regna il nulla assoluto. Polvere, sassi, pochissimi cespugli coriacei che li puoi contare sulle dita di una mano. Un impasto improduttivo direbbe qualcuno, un tutto che mi sta stregando.

Il Teide e il suo circondario sono terreni dove il tempo sembra essersi fermato. O forse qua le ere non si sono mai susseguite ed è rimasto tutto come al minuto zero. Si cammina sul seme della nostra creazione. La creazione del pianeta Terra è qui davanti ai miei occhi. Il paesaggio muta completamente ad ogni cambio di direzione di questa larga pista che sto salendo. La cima è costantemente sopra di me e a portata di scarpa, basterebbe mirarne la sommità per accorciare i tempi di salita e raggiungerla in un batter d’occhio. Ma oggi voglio salire lentamente e restarci più tempo possibile su questi promontori. I colori variano dall’ocra, al nero, al rosso, al bianco. Tutto è brullo a perdita d’occhio. In basso, all’orizzonte, il mare si intravede tra le cortine fitte delle nuvole che cingono la costa Ovest dell’isola. Unica nota stonata, i piloni del telesforo (la cabinovia che porta il pubblico a quota 3400m). Tutto il resto è un condensato di quanto possa essere potente e fenomenale la natura.

Poco prima di arrivare sulla cima vera e propria, oltrepasso la zona delle uova del Teide. Enormi macigni scuri, arrivati dal cielo per l’esplosione del vulcano. Bombe enormi non detonate e depositatesi sul nulla che le circonda.

Impressionante.

Attratto e rapito dal circondario non mi rendo conto di aver raggiunto la mia meta. La piatta cima di pomice ha una piccola piramide di sassi come punta massima. Mi guardo attorno, è ora di rientrare alla civiltà anche se mi fermerei qua ad attendere e pensare. Rientrando, alla luce del sole, mi rendo conto che in pochi km di strada sto facendo il giro del Mondo: visito il deserto del Serengheti, i paesaggi dell’Iran, il Gran Canyon, lo Utah  e la Monument Valley. Tutto alle isole Canarie, che credevo “piccole isole, regno delle spiagge bianche, delle palme e dei cocktails sorseggiati in riva al mare con addosso solo un costume e le infradito..”

Si si, proprio così, vai Omarut che il mondo ha tanto da insegnare.

Aprile 2018