Mandi Celso

22.04.2017

Riprendo in mano “la penna” dopo parecchio tempo che non scrivo più. Gli impegni si accavallano ma questo è stato un gesto dovuto verso un amico che ci ha lasciati, il minimo che potessi fare. Celso Craighero, collega di squadra del soccorso alpino, è mancato per una tragica fatalità mentre arrampicava nella falesia di Betania. Riporto quindi le parole che ho preparato a nome della nostra squadra di Tolmezzo per la lettura durante la cerimonia funebre. Parole che vogliono essere di commiato, in ricordo dell’amico che sicuramente dava del tu alle cime della Carnia.

“Celso, mandi.

Siamo tutti qui oggi riuniti per te, per darti l’ affettuoso saluto della tua seconda famiglia, il soccorso alpino.

Famiglia perché per noi eri un fratello oramai, un fratello.

E’ stato bello averti con noi e ci sentiamo onorati di averti avuto come amico. Un amico forte come la roccia, presente sempre. Disponibilità e presenza costante ti distinguevano dagli altri.

Un amico che ci faceva ridere, anche nelle difficoltà . Perché i momenti difficili li hai conosciuti bene nella tua vita e come in montagna eri inarrestabile, così li hai superati, spesso ridendotela e facendo divertire quanti ti stavano attorno.

Resteranno nei nostri cuori i ricordi dei momenti passati assieme, degli interventi, delle esercitazioni… E continueremo a salire ancora le tue montagne Carniche, quelle cime che tanto hai amato e alle quali di sicuro mancherai come un figlio. Coglians, Rauckofel, Creta di Collina hanno smesso di piangere solo ieri.

Mauro Corona in passato disse “devo dire che la montagna mi ha regalato ciò che gli uomini, le donne, i genitori, non sono riusciti a darmi. Dalla montagna mi sono sentito compreso, ascoltato, degnato di attenzione”. 

La montagna era la tua vita. La tua anima aveva bisogno di spazi ampi per vivere, di roccia, sole e neve per risplendere.

Cercheremo ancora le tue curve sulla dorsale bianca della Creta di Collina o la tua voce negli avvallamenti dell’ eiskar, perché in fondo quella era la tua vera casa e siamo sicuri che tu sia là da qualche parte adesso.

Nella famiglia del soccorso alpino il tuo ricordo non morirà mai tra noi che, come te, andiamo in montagna più per la paura di non vivere che per quella di morire.

Grazie Celso”

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Il selfie stick – l’importante è che si salvi il selfie stick!

09.03.2017

Da un po’ di tempo rimugino sugli avvenimenti di questo inverno. Stagione bislacca, con pochissima neve arrivata oramai con la primavera alle porte. Del resto è innegabile che la tendenza climatica sia questa e noi, amanti degli sporti invernali, dovremmo farcene una ragione. Ed in parte io me la sono fatta. Le prime nevicate equivalgono alle prime sciate, subito tutti a caccia della neve migliore, dei canali da segnare per primi, dei pendii dove poter dire “guarda, finalmente!”

Avvenimenti, dicevo, che hanno attirato gli onori della cronaca con le inevitabili polemiche e scontri di vedute tra avverse fazioni di chi si schiera a difesa dell’una o dell’altra parte. È fuor di dubbio che tante persone che dibattono di ambiente invernale e ciò che ne succede non abbiano la minima idea di cosa sia la montagna d’inverno, o comunque la montagna in queste stagioni sempre più “pazze”. È altrettanto vero, però, che il numero di fruitori degli sport invernali in ambiente impervio è aumentato in modo esponenziale e, a volte, a ciò non corrisponde per queste persone una formazione specifica o qualsivoglia cultura della sicurezza che l’ambiente invernale impone. Alcuni parlano di mode, io voglio fare qualche considerazione su tragedie come quelle del crollo della cascata di ghiaccio in Valle D’Aosta e delle valanghe che hanno travolto sci alpinisti e freeriders un po’ su tutto l’arco alpino.

Insomma, parlo di fatti dove la montagna è comune denominatore.

Tiro in ballo una serie di considerazioni, personali, a cui sono giunto dopo 20 anni di scialpinismo, escursioni invernali, analisi di incidenti, studio della letteratura disponibile, prove sul campo, interventi con il soccorso alpino, etc etc. Considerazioni forse stupide ma basilari. La “pulce nell’orecchio” che voglio mettere a chi, responsabilmente, pensa prima alla propria incolumità e solo successivamente allo svago alpino.

Leggo sempre più spesso sui social network o su riviste del settore o blog, pareri discordanti e, a volte, tante stupidaggini. Volevo dire la mia su alcuni punti messi in discussione e sostenuti a spada tratta dai seguaci dei video della Red Bull o della Teton Gravity.. Per citarne solo alcuni, ma gli esempi “nostrani” sarebbero parecchi.

Il rischio “emulazione ignorante” è dietro l’angolo.

Punto 1 – Bollettino valanghe: Uno strumento la cui consultazione reputo estremamente utile, anzi, indispensabile. Chi, per pianificare le proprie uscite, non lo consulta è un incosciente. La correttezza dello stesso è dimostrata dagli ultimi fatti, sulla bontà delle valutazioni riportate non ci piove. Il bollettino dovrebbe essere esaminato prima di ogni uscita e studiato con cura da chi pratica sport invernali in ambiti non gestiti. Sul documento vengono indicati tutti i dati necessari a organizzare un’uscita in ambiente: dati meteo, situazione generale del manto nevoso ed eventuale evoluzione, localizzazione delle zone pericolose e grado di pericolo. È indubbio quindi che l’osservanza ed il rispetto delle indicazioni riportate, di per sé, favorisca l’aumento della sicurezza personale. Però quanto riportato sul bollettino deve essere compreso ed elaborato dai singoli e non è possibile improvvisare nulla al riguardo. Diffidare dai finti esperti o da chi dice che il bollettino non serve a nulla, ce n’è tanti in giro…

Punto 2 – Grado 3, questo maledetto: La scala del grado di pericolo indicata sui bollettini valanghe è compresa tra 1 e 5. Interpretazione personale: 4 e 5 sono gradi che suggeriscono di restare sotto le coltri. Con grado 3 le statistiche registrano il maggior numero di incidenti. Uno legge 3 e pensa “Dai, è una via di mezzo, cosa vuoi che succeda?!” E invece al grado 3 corrispondono situazioni in ambiente di difficile gestione e/o individuazione se non si è veramente preparati in merito. Qua torna utile la lettura del bollettino valanghe, vedi punto 1, per individuare le zone di pericolo e, di conseguenza, starne alla larga!  Da poco ho visto dei video, ovviamente pubblicizzati sulla pubblica piazza, di queste persone che affrontano con grado 3 un’uscita che, personalmente, reputo molto pericolosa e da cui sono tornato indietro parecchie volte attendendo condizioni più sicure. Il bollettino indicava chiaramente un marcato pericolo di slavine in quella zona e in quel contesto eppure sono scesi e, non paghi, hanno pubblicizzato il tutto con toni entusiastici creando aspettative e voglia di neve fresca nei followers. Il giorno dopo, puntuali, i seguaci sono subito andati a ripetere l’itinerario. Il bollettino continuava a mettere in guardia alla stessa maniera e anche questi se ne sono fregati. Ecco, mi piacerebbe vedere meno video di questo genere e più video di gente che torna indietro. Sarebbe una novità contraria all’attuale tendenza, la rincorsa della neve appena scesa, della polvere – della powder – come la chiamano i freeriders. La neve fresca, a volte, può essere più stabile di una neve caduta da giorni ma è una condizione piuttosto rara e serve essere molto preparati per capirlo. Indi per cui..

Punto 3 – Il fatto che un pendio sia già tracciato (salita e/o discesa) non vuol dire che sia sicuro! Il comportamento del manto nevoso è molto complesso e le variabili in gioco sono tantissime. L’assestamento della neve può durare da alcuni giorni fino a periodi ben più lunghi nei versanti in ombra (con condizioni ambientali sfavorevoli). Ricorda quindi di non credere che in presenza di tracce il pendio sia sicuro ma affidati, in primis, alle valutazioni del bollettino. Vedi punto 1.

Punto 4 – Cambiare la cultura del “tutto subito” con quella del “quel che basta e a tempo debito”. I vecchi dicevano “lo scialpinismo si fa da marzo in poi”. Lo scialpinismo si può fare dalla prima nevicata di stagione ma con i dovuti accorgimenti – vedi punto 1. Uscire con gli amici per un w.e. di salite/sciate, magari lontano da casa e trovarsi delle condizioni pessime deve significare l’annullamento di quanto preventivato, a costo di aver fatto il viaggio inutilmente o di aver consumato le preziose ferie in automobile. Le montagne, si dice, sono sempre lì ad attendere, non vanno da nessuna parte…

Punto 5 – Avere sempre con sé la dotazione di sicurezza personale composta da ARTVA, pala e sonda e, soprattutto, saperla utilizzare! Mi sono capitati molti casi, anche di amici, che non hanno idea di come si usi l’apparecchio per la ricerca di travolti da valanga (ARTVA). Ritengo ciò di gravità assoluta come assoluta è l’ignoranza di chi si muove in ambiente invernale senza tali attrezzature. “Eh ma costano troppo…” A queste persone chiedo di riflettere se la propria vita valga o meno 150€.

Dato per scontato che ogni sci alpinista o ciaspolatore ce l’abbia, il proprio apparecchio ARTVA va conosciuto a fondo. Provalo e riprovalo, organizza incontri con i tuoi amici e nascondeteli a turno, anche al buio per rendere più veritiera la simulazione. Documentati, frequenta i corsi del CAI o quelli specifici organizzati dalle guide alpine. Ricordati di sostituire le batterie ad ogni stagione e ogni volta che il livello delle stesse segnalato sul display scende al di sotto del 50%; le temperature fredde dell’alta quota così come l’eventuale utilizzo in fase di ricerca consumano molta più energia di quello che credi. Conoscere il proprio ARTVA dev’essere quindi una priorità perché, nel malaugurato caso che dovesse servire, la situazione sarà di agitazione assoluta e una buona formazione di base aiuterà sicuramente in quei momenti.

Hai la sonda? Bene, hai mai provato ad utilizzarla? La sonda, come l’ARTVA, è uno strumento fondamentale e, seppur più semplice, va saputo usare. Partecipa a una delle giornate organizzate dalle varie delegazioni del C.N.S.A.S. sparse sul territorio italiano nelle giornate di “sicuri sulla Neve” o ai corsi del CAI, o prova tu stesso a nascondere nella neve, sotto un adeguato spessore, vari materiali per renderti conto di ciò che si sente sondando e della differente risposta dell’asta.

Sulla pala non c’è molto da dire se non che sia obbligatoriamente presente nel tuo equipaggiamento e, preferibilmente, sia realizzata in materiale metallico e non plastico. Esperienze dirette hanno insegnato che certe pale impiegate per disseppellimento in valanghe di neve primaverile si sono rotte in meno di 5 minuti. In caso di necessità ricordati di spalare la neve a valle del punto di possibile seppellimento cercando di creare una zona di spazio libero pari alla profondità di sondaggio che aiuterà il travolto nelle successive fasi di estrazione ed eventualmente di stabilizzazione sanitaria.

Punto 6 – Gli sbalzi termici troppo repentini fanno ormai parte di queste stagioni invernali dal clima anomalo e mettono in crisi le manifestazioni mutevoli della natura come le cascate di ghiaccio e il manto nevoso. Se le previsioni meteorologiche indicano rialzi termici troppo bruschi evita di metterti in pericolo andando a scalare sul ghiaccio o scegli di conseguenza il giusto itinerario sci alpinistico considerando l’orario di partenza adeguato. Vedi comunque il punto 1!

Punto 7 – C’è brutto tempo? Stai a casa o scegli itinerari esenti da rischi. Più facile a dirsi che a farsi ma non sarà una domenica spesa sul sentiero del pellegrino al Lussari anziché in qualche canale a rovinare il tuo curriculum. L’aria buona respirata è la stessa.

Punto 8 – Vestiti adeguatamente. Il tuo vestiario dev’essere adeguato a fronteggiare anche eventuali situazioni non contemplate nella tabella di marcia. In montagna può succedere di tutto. Può rompersi un attacco, può spaccarsi uno sci, qualsiasi cosa. Avere degli indumenti termici al seguito, un telo termico, una pila frontale, un piccolo kit di pronto soccorso e un attrezzo multi utensile possono rivelarsi estremamente utili se non fondamentali.

Punto 9 – Porta sempre il telefono cellulare. Niente da aggiungere, in caso di emergenza, ad oggi, il numero per l’attivazione del soccorso alpino è il 118.

Punto 10 – ABS o Avalung possono anche non salvarti la vita. Queste attrezzature possono essere utilissime ed esserne dotati favorisce intrinsecamente l’aumento della sicurezza personale ma è altrettanto vero che in caso di valanga tali attrezzature possono non bastare a preservarti! Da qui ti rimando al punto 1 e al fatto che dai contesti pericolosi bisogna stare alla larga!

La maturità di un alpinista, ma anche di chi tale non si reputa ma frequenta la montagna d’inverno, si concretizza nelle scelte che fa, da come si comporta in certi contesti, dalla capacità di evitare di mettersi in pericolo quando le condizioni della natura non sono quelle giuste per accettare la presenza dell’uomo. La capacità personale di sottrarsi alla logica del “io rischio = io valgo” va incentivata e condivisa.

Ieri ho visto uno “sciatore fenomeno” (l’ho definito tale non certo per le doti sciatorie) che mentre viene travolto da una grossa valanga continua, nonostante tutto, ad inquadrarsi e mantenere alto il braccio fuori dalla neve per le riprese.

Mi chiedo quanto valga per taluni il valore della propria vita, alpinisti o puri fruitori di un ambiente che per loro è diventato unicamente il palcoscenico delle loro gesta o un campo sportivo.  E me lo chiedo sempre più spesso quando noto che il contrappeso alla propria incolumità è rappresentato, ad esempio, da una telecamera full HD.

Da una parte, sul piatto della bilancia, il valore della propria esistenza; i 2 piatti collegati dal bastone per selfie e sull’altro la telecamera.

Non credo serva aggiungere altro, anzi, il link al bollettino valanghe FVG quello si..

http://www.regione.fvg.it/asp/valanghe/welcome.asp

“Cascata di Cave” e “del fortino”

27.01.2017

Oggi, finalmente, sono riuscito a salire un paio di cascate molto in voga nell’ambiente delle arrampicate su ghiaccio delle Alpi Giulie. 2 salite classiche molto frequentate, conosciute da sempre per la bellezza delle colate nonché per l’ambiente in cui si formano, in particolare quella “del fortino”.

Con il termometro dell’auto che segna -14° abbandonare il caldo abitacolo è quasi un delitto eppure la curiosità verso la prima colata, ribattezzata “la cascata di Cave”, vince ogni ignavia. A queste temperature scricchiola tutto. I peli del naso si ghiacciano all’istante, grumi di brina ricoprono la barba e quel che ne sta attorno. Le operazioni di routine vengono fatte alla svelta e in un silenzio piuttosto irreale, con Luca non si parla mai molto. La cascata parla anche per noi, rimbomba all’interno di una grossa rientranza naturale, oltre le colonne appuntite che pendono dal ciglio del salto superiore.

E’ il mio turno. Salendo perdo man mano la sensibilità alle dita di una mano e mi trovo veramente in difficoltà. Impugnare il manico delle picche e non sentire i propri arti è una brutta sensazione e cerco di terminare al più presto la lunghezza per ficcarmi le mani sotto alle ascelle e tentare di ripristinare la circolazione sanguigna. A -14° non si scherza.

La seconda lunghezza pare più semplice, lo capisco anche dalla velocità con cui la corda mi sfila dalle mani.

Il mio respiro fa nebbia attorno e si fonde con il respiro della cascata. Una nebbia densa di vapore sale infatti al di sopra della colata principale, rincorrendo lo scivolo di ghiaccio per perdersi oltre il ciglio superiore della struttura. Lassù tutto è avvolto dall’alito di ghiaccio, tutto è brina e riluce del chiarore riflesso di un sole che bacia la montagna antistante.

Luca raggiunge l’ultima sosta attrezzata sul bordo superiore dove il tranquillo riscello genera la cascata che abbiamo appena salito. Con 2 corde doppie siamo alla base, pronti al trasferimento verso il contesto del Lago del Predil e la prossima colata.

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Linea si salita con soste attrezzate

Al parcheggio ci attende un cannone, fa la guardia a quel che resta di un vecchio forte della prima guerra. L’accesso alla colata impone l’ingresso nella vecchia costruzione, oramai derisa ai giorni nostri dai ramponi degli alpinisti. Risaliamo una solare valletta che va perdendosi tra salti di rocce e pini. Sulla sinistra, poco dopo, fa la comparsa il ghiaccio. Anche questa è una scalata classica del genere e Luca sale senza troppi preamboli i 50m del primo salto. Salgo facilmente guardandomi attorno, si va d’incastro, la battuta bruta sarebbe un inutile spreco di energie e generare rumori inadatti a questo contesto non avrebbe senso. Già parla l’acqua che scorre sotto questa corazza.

Più su il ruscello si perde in una miriade di piccoli salti e lastre bianche. Una lunghezza interessante sarebbe sulla sinistra ma oggi non vuole proprio essere salita, è scarna e sfuggente. Decidiamo per il rientro con una calata in doppia sulla sosta vicina attrezzata allo scopo.

Siamo stati nel cuore freddo delle Giulie. Il più genuino.

Omarut e Luca

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Informazioni utili: la “cascata di Cave” (Cave del Predil) è raggiungibile lasciando la strada principale all’interno dell’omonimo paese subito dopo il rettilineo (provenendo da Tarvisio) ed inoltrandosi in una viottola secondaria per un centinaio di metri. La cascata è evidente sulla sinistra. 100m per 3 lunghezze con difficoltà massima di 3°+/4 in base alle condizioni del ghiaccio e della linea di salita scelta. Soste attrezzate per calata sulla sinistra orografica (con una doppia da 60m dal ciglio superiore alla prima sosta da terra e quindi alla base con altri 25m).

La “Cascata del fortino” si raggiunge dalla S.S. che da Cave del Predil porta a Sella Nevea. Piccolo parcheggio sulla destra a circa 1 km dal bivio per il passo del Predil in corrispondenza di un fortino. Addentrarsi nel fortino e quindi per la valletta retrostante si raggiunge in 5 minuti la base della struttura. 60+120m per 4 lunghezze (se formate) con difficoltà massime di 3°/4° in base alla linea prescelta (passaggi più impegnativi sulle candele di sinistra nel circolo basale). Prima sosta attrezzata.

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La linea della cascata del fortino per l’accesso “ai piani alti”

Piccoli Pellegrini

25.01.2017

Ho la caparbietà di innamorarmi spesso di luoghi negletti, di posti dove non passa anima viva da un bel pezzo. E lo faccio spesso, soprattutto d’inverno quando scorgere linee bianche tra i boschi delle alpi Carniche significa per me, il più delle volte, scoprire. Esplorare, verbo quasi estinto al giorno d’oggi seppur in voga nella mia testa quando giro per monti.

Non ricordo quando diedi la prima occhiata a questa linea bianca incastonata tra i boschi, forse nel 2012 mentre vagavo alla ricerca di altre linee salibili in maniera più diretta e scontata. Eppure quella volta bastò che i miei occhi vedessero un piccolo frammento di ghiaccio della sua linea per prenotare un contatto diretto nei tempi a venire. Che poi, come in questo caso, ci siano voluti anni per ritrovarci è una sottigliezza. La Carnia non è di sicuro il regno delle arrampicate sul ghiaccio, cascate o colate salibili si contano sulle dita di una mano.. E l’idea che profuma di esclusività mi inebria ancor di più.

Sapevo comunque che non sarei stato il primo a battere le picche sul ghiaccio di questa cascata: dialoghi con dei locals mi confermarono che fu salita già attorno agli anni ’90, ma poco importa.

Qua devi cogliere l’attimo perché domani potrebbe essere già troppo tardi. Un periodo di freddo così duraturo ha dato modo a numerosi rigagnoli della Valle del But di farsi gelo e rendersi salibili dagli appassionati dell’arrampicata sul ghiaccio. Il fatto è che io e Marco sappiamo che non troveremo nessuno davanti a noi.

Niente file, niente attese, niente chiasso, niente urli, niente. Perché gli appassionati del ghiaccio sono altrove. E noi allora cosa siamo? Appassionati, ma alla nostra maniera. La scelta di concedere una chance alle nostre montagne vale più della salita di una linea classica del circondario.

All’inizio del Moscardo, nei pressi della vecchia torre, lasciamo l’auto e dirigiamo appiedati verso la linea vista anni fa. E’ nuovamente lì dove la lasciai e pare essere in ottima forma. Dobbiamo solo risalire i boschi basali cercando di approcciarci nella giusta maniera al canale che la genera. Oltre il coreografico ponte, risaliti un paio di tornanti della pista ciclabile, lasciamo la retta via e ci inoltriamo per boschi. Le tracce della civiltà contadina che fu qua si fondono con dei presidi della prima guerra mondiale, o meglio ciò che ne resta. Vaghiamo quindi per i boschi di questa montagna, il Tenchia, la montagna delle streghe. A terra il fondo è duro come il cemento, l’atmosfera è ferma, immobile come sempre in queste mattine di gelo.

Incontriamo finalmente il canale fatto di grossi sassi glassati dal ghiaccio. E’ un canale incassato e scontroso, risalirlo senza ramponi sta cominciando ad essere difficile. Poco oltre gli spazi per un attimo si aprono e concedono la visione di due linee di ghiaccio. La nostra è la principale ed è anche la più lontana, servirà ancora qualche fatica ma il canto che l’acqua produce sotto i sassi lascia presagire quantità di ghiaccio interessanti. Ed effettivamente il colpo d’occhio della colata principale, una volta giunti alla base, è incoraggiante: una bella placca che si perde in alto nei boschi.

Non resta che approfondire questa conoscenza.

Marco mi assicura mentre risalgo la prima lunghezza. Il ghiaccio a tratti è molto sottile, si vede il flusso fluido scorrere nelle vene di questa colata, la cosa fa quasi paura. Scelgo le traiettorie per restare nelle zone più spesse, i chiodi ringraziano. La lunghezza non oppone difficoltà particolari ma va bene così, solo raggiungere la sosta mi lascerà con il fiato sospeso per un passaggio obbligato sopra ad un sasso piuttosto liscio. Assicuro Marco che sale veloce togliendo le protezioni.

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Calata

Il secondo tiro è suo, più verticale, al sole. Un sole che oggi torna ad essere caldo dopo un lungo periodo di freddo. E il calore non fa bene alla nostra colata, sta sudando, s’è fatta sottile, rimbomba sotto ai colpi di Marco come fosse la grancassa della banda di paese. La definizione da manuale parla di “arrampicata sulle uova”. La farò anche io, poco dopo assicurato ad un grosso abete poco oltre il salto più verticale.

Con un piccolo trasferimento pianeggiante, ostacolato da piante e grossi massi franati, raggiungiamo un altro piccolo dislivello ghiacciato. Saranno 10m di 3°.

L’ultima lunghezza sarebbe davanti a noi, candida nella sua essenza ma completamente esposta al sole. Pericolosa in sostanza.

Guardo le dorsali boscate che mi stanno di fronte, verso il Monte Paularo il sole da la parvenza della primavera.

L’uscita della cascata è uno stretto cono al di sopra delle rocce, gocciola in maniera cospicua ed è preoccupante pensare ad una sua risalita.

Decidiamo per la discesa, torneremo un’altra volta per completarne l’ascesa e scoprire se la linea può avere un ulteriore ed interessante sviluppo verso l’alto.

I resti di un cordino scolorito ci guardano mentre effettuiamo la discesa in corda doppia, sono molto più bassi della nostra posizione e defilati dal centro del canale. Immagino che quella volta fossero saliti con condizioni di ghiaccio decisamente diverse. Predecessori malati di ghiaccio carnico.

“Piccoli Pellegrini” è dedicata a un nostro caro amico e quello che lo aspetta dal futuro. La vita è un ciclo, si cresce, si cambia, si viaggia. L’importante è avere dei punti fermi, saldi come le montagne. Quando ci sono, l’avvenire sarà solo una gioia.

Omarut e marco

INFO UTILI: “Piccoli Pellegrini” è un flusso ghiacciato di rara formazione e ancor più rara salibilità. Si forma dal rio che scende dal Monte Tenchia nei pressi della centrale idroelettrica della SECAB, in prossimità dell’avvenieristico ponte della pista ciclabile nei pressi della torre Moscarda di Paluzza.

La base si raggiunge in 35/40 min senza grosse difficoltà. Il primo tiro, di 2°, è lungo circa 30m con sosta da attrezzare sugli alberi di sinistra. Il secondo tiro fa 45m, di 3°, e conduce ad un pianoro sommitale dove si sosta su alberi. Con breve trasferimento di affronta un altro piccolo salto ghiacciato verticale (10m – 3°) e quindi il tiro finale di 3° per 25/30m. Calata in corda doppia lungo la via di salita. Cascata già salita da ignoti nei tempi andati.

Il mago dell’effimero

14.01.2017

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Nella bolla di cristallo

Il freddo ha un potere fenomenale: quello di interrompere la normalità. Elementi, vite, atmosfera. Tutto si ferma.

Quando il termometro staziona sotto zero per parecchi giorni, come in questo periodo, la magia si ripete. Una magia dalle mille forme, dagli intensi colori ma un solo comune denominatore. Il silenzio.

Siamo partiti presto oggi, alla ricerca di quegli incantesimi che sono le colate di ghiaccio. Per salirne almeno una e provare quel brivido che offre innalzarsi sopra una materia che in realtà non esiste. O non dovrebbe esistere se non ci fosse questa magia.

Quando il mago forma le sue creature lo fa in silenzio, costruttore nottambulo dall’instancabile attività. E te ne rendi conto mentre ti avvicini ad una delle tante sue creazioni. Capita nel bosco, avvicinandoti al Mondo magico del freddo all’interno di un piccolo ed appartato canyon di bassa montagna. La strada è vicina, poche decine di metri si frappongono fra te e qualche macchina che passa veloce. Volgi lo sguardo verso l’alto, cammini un po’ in questa bianca distesa. Ieri ha finalmente nevicato, la prima della stagione. Non ricordavi nemmeno più com’è bella la montagna imbiancata e quanto può essere affascinante procedere senza produrre alcun suono perché i fiocchi a terra si mangiano ogni rumore. Anche quelli dei tuoi stessi passi. Solo una scia segna la tua presenza. Attorno non odi nulla, uno zero assoluto di movimenti, rumori, suoni. Pochi attimi che sembrano proiettarti altrove, all’interno di una bolla dove sei l’unico che può rendersi conto di ciò che sta accadendo.

Poco oltre attraversi un bosco cristallizzato nella stessa sfera. Abeti increduli sono stati bloccati mentre neppure s’accorgevano di pietrificarsi. I figli della magia sono milioni di cristalli lucenti ed immobili. Ti senti più vivo perché attorno a te tutto pare morto.

Alla base della colata di ghiaccio un lontano gorgoglio sotterraneo ti ricorda l’anima di ciò che stai per salire. Un’eco fluido che nella bolla pare un lontano bulicame, elemento esterno che ora non centra. Forse è una parte dell’elemento che stai per salire, quella sfuggita all’incantesimo e che piange per se stessa, bloccata in posizione verticale con i piedi legati a questa parete di roccia. Non vorrebbe che i nostri ramponi la bucassero ma sa anche che, nel giro di qualche giorno, i nostri euforici gesti non saranno nemmeno un ricordo.

Siamo nella cattedrale dell’inverno e le candele trasparenti che stanno sopra alle nostre teste sembrano le canne dell’organo principale. Lo strumento oggi suona solo per noi. Alle nostre battute di picozza e ramponi vibrano come corde di chitarra, cantano della loro voce, trasmettono l’agonia di un elemento avvezzo allo scorrere, di movimento costretto all’immobilità.

I nostri occhi si riflettono in mille sfumature di freddo. Trasparente, blu, opaco, azzurro, bianco, grigio.

Un Mondo effimero in cui entrare e lasciarsi stregare..

Omarut e Marco

Val Saisera

Con occhi nuovi

08.12.2016

L’otto dicembre è una di quelle date sacrosante del mio calendario annuale. Una data destinata alla salita del Monte Amariana da sempre, sin da giovinastro e soprattutto dopo alcune vicende di vita che mi videro – ai tempi – “votarmi” alla Madonnina dell’Amariana. Da diciottenne rischiai infatti, in una notte di primavera, di finire con l’auto di mio padre in un precipizio di 150m. Non so bene ancora oggi come abbia fatto quella notte a cavarmela ma tant’è che se sono qui a raccontarla, così si dice, mi piace pensare che una parte di merito ce l’abbia anche la Signora che guarda la Carnia dall’alto. Da allora salgo al suo cospetto almeno 3 volte all’anno, rispettando le feste comandate. Un voto particolare e molto sentito.

L’otto dicembre ricorre l’Immacolata Concezione e dai tempi degli “amici dell’Amariana” i carnici che vanno per monti si ritrovano sulla cima per celebrare una Messa senza tanti fronzoli ma comunque densa di emozioni. Non sono un clerico ma immagino che celebrare una funzione in una cattedrale del genere sia un gesto particolare anche per loro. La chiesa lassù ha pareti panoramiche e per tetto la volta celeste, meglio di così..

Quest’anno che sulla cima ci fosse bolgia si intuiva già nel basso. La quantità di automobili parcheggiate in tutte le maniere lungo gli ultimi tornanti della strada era superiore alla media dei miei ricordi.

Sono ridisceso quindi 4 tornanti prima di trovare un posticino per la Carniamobile. La cosa non mi ha infastidito di certo, allungare l’esposizione all’aria aperta è una prerogativa che mi piace avere quando esco per monti.

Oggi mi sono imposto di camminare gustando l’essenza di una salita solitaria. Non voglio correre, non voglio un passo celere che mi farebbe perdere quei piccoli particolari che rendono speciale anche l’uscita meno rinomata. Oggi desidero solo scrutare con occhi nuovi questa montagna che reputo, peccando forse di superbia, anche un po’ mia.

Che sia l’abbraccio di un carpino alla propria prigione di pietra quello che ricorderò di questa ascesa? La grossa pianta è nata all’interno di una nicchia nel bel mezzo di una grossa placca calcarea. La tenacia dell’albero vincerà sulla dura pietra?

Le voci si rincorrono lontane, c’è chi sale da sotto di gran carriera, c’è chi scende dalla cima dopo aver pernottato sulla vetta. Tutti modi differenti per omaggiare la Signora della Carnia. Io salgo con i miei pensieri sbatacchiato come un flipper dal sentiero che a tutte curve risale lentamente la dorsale meridionale del monte. L’inversione termica si fa sentire e proseguire in maglietta e pantaloncini pare strano ma quasi dovuto.

Mi fermo all’inizio dei prati che sono sorvegliati dall’alto dall’ albero solo. Lassù qualcuno, ai tempi, stabilì che la sosta psicologica obbligatoria per la salita alla cima doveva essere fatta lì, sotto le fronde di un albero che è cresciuto solitario in mezzo al grande prato che sorregge le rocce della vetta.

Incontro una voce conosciuta, quella di una brava signora che ha contribuito a rendere una personcina migliore mio figlio: la maestra da poco andata in pensione. Mi accodo volentieri al trio guidato dal fratello, c’è anche la nipote Astrid. La salita si allieta ulteriormente, non fosse già per la splendida vista che va man mano spaziando nei panorami, per i siparietti tra padre burbero e figlia volenterosa.

“La cima oggi non sarà per te, è pericoloso” borbotta il papà. “Ma dai, siamo qua, andiamo su!” risponde la figlia.

Ha ragione, fermarsi all’albero solo oramai sarebbe un vero e proprio peccato. Quindi mi propongo di accompagnare zia e nipote fino alla cima. Il papà mi guarda di storto ma la sorella, ridacchiandosela, aggiunge “abbiamo Omar che ci guarda, lui è del Soccorso Alpino, tranquillo” e riparte verso l’alto.

Ok, la prima volta che faccio da accompagnatore a qualcuno. Una bella sensazione anche se non vedo la corrispondenza tra essere un volontario del Soccorso Alpino e un superman in grado di proteggere le pulzelle da tutti i pericoli dell’Alpe. Ma tant’è, la cosa mi lusinga.

Astrid e Pia salgono rapide, io dietro. Mi piace confrontarmi con chi si accosta da poco alla montagna. Mi piace cercare di capire cosa provi una ragazza in un’esperienza che è di sicuro fuori dal suo ordinario. Mi piace cercare di vedere con i suoi occhi quello che, adesso, ci sta circondando e a cui io, volente o nolente, comincio ad essere assuefatto.

Il canalone ha attrezzature nuove, da poco sistemate dalle guide alpine. Il grosso delle persone sta già scendendo, noi siamo salmoni contro la corrente. Come sempre una corrente variegata di uomini, donne, cani e sassi. Ma perché non li lasciano a casa in questa occasione?

“Che faticaccia! Ma quando finisce?” mi chiede Astrid. “A breve, dai, da quella forcella alla cima manca pochissimo”.

Siamo nel mezzo delle rocce sommitali, qua sull’Amariana le fessure e i diedri sembrano state create con logica architettonica. Linee parallele, a volte perfette. Le fondamenta della cattedrale.

Raggiungiamo la forcella. La ragazza non crede ai suoi occhi affacciandosi sul versante Nord, è estasiata. Da qui l’orizzonte goduto solo a metà fin’ora, si riunisce prendendo una forma circolare e a tuttotondo dalla Carinzia, alla Carnia, alle Dolomiti. Astrid è stupita, lo sono pure io.

Dieci minuti dopo calchiamo i prati sommitali assieme. La fatica è già un ricordo lasciato nel canalone, la gioia della cima ha preso il predominio. Gioisco anche io, come sempre quando sono quassù e oggi particolarmente perché mi sento parte di questa piccola/grande realizzazione.

cima

Con occhi nuovi mi godo la cima e quello che da qui si può vedere. Ho sempre pensato che dalla punta dell’Amariana è come avere stesa davanti una cartina della Carnia. Si vede tutto, o quasi. E si capisce anche che la Carnia è un fermento di terre aspre e dolci, un dedalo di profonde valli e grigi picchi, di verdi cime e scuri boschi.

La mia terra è uno spettacolo, la guardo dall’alto da oramai vent’anni e non mi sono ancora stancato di tutto quello che mi circonda. Oggi l’ho vista diversa perché guardata con gli occhi giovani di una ragazza e mi è piaciuta ancor di più.

Scrivo questi pensieri legati al 8 dicembre 2016 il primo giorno del 2017.

Voglio augurare, a quanti seguono il mio Blog, un anno carico di felicità e soddisfazioni ma soprattutto un futuro da vivere con occhi nuovi. Cambiare punto di vista può essere difficile ma a volte porta a conseguenze tremendamente positive. Questo mi è successo oramai l’anno scorso, il futuro è tutto da scrivere e da guardare… con occhi nuovi!

Buon 2017!

Niente libro sotto l’albero..

Cari lettori, alpinisti, amici, followers e chi più ne ha più ne metta…. Ci sono alcune news di questi ultimi periodi, alcune buone e alcune meno buone.

La più importante: grazie a chi ha creduto in me e nel mio testo ho raggiunto l’obbiettivo di stampa centrando il traguardo prefissato all’inizio della campagna di crowdfunding. Ciò vuol dire che il mio testo troverà pubblicazione a breve e sarà disponibile fisicamente nelle librerie.

Una bella soddisfazione.

News cattiva: chi s’aspettava di vedere sotto l’albero di Natale il mio libro “In Carnia, per terre alte” dovrà attendere ancora un po’. E’ della scorsa settimana infatti la notizia che l’editore non riuscirà a stampare il libro per quest’anno.. Chi di voi avesse prenotato il testo confidando di regalarlo per le festività natalizie sarà costretto a pensare a qualche alternativa e questo mi rammarica.. Volendo trovare il lato positivo della notizia posso dire che ricevendo il mio testo rivisto e corretto dal team di bookabook, prima della fase finale di stampa, non posso che ritenermi soddisfatto per il lavoro estremamente professionale riservato al mio testo. Lavoro che, chiaramente, ha comportato l’allungamento dei tempi realizzativi.

Complessivamente quindi ho visto esaudite le mie aspettative “editoriali” e sono convinto che sarà un libro esteticamente molto gradevole ma allo stesso tempo tecnicamente efficace e completo, con tanti spunti per passare un po’ di vita nelle terre alte di Carnia.

Ancora un po’ di pazienza …

Per chi volesse preordinare la sua copia in anteprima vi metto il link dell’editore.

In Carnia, per terre alte

Buone Alpi Carniche!

Omarut

Roberto Mazzilis si racconta

Ho avuto il piacere di intervistare Roberto Mazzilis, sicuramente uno degli alpinisti friulani più forti di tutti i tempi.

Conobbi Roberto una ventina di anni fa, quando amicizie comuni mi portarono alla caserma dei Vigili del fuoco dove prestava servizio. L’emozione iniziale fu molto forte. A quei tempi ritrovarmi di fronte a uno dei miei idoli alpinistici rappresentò senza dubbio una tappa importante nella conoscenza dei vari aspetti delle Alpi Carniche.. Si perché posso dire che Mazzilis è un pezzo di storia delle montagne della Carnia. Ha aperto vie praticamente ovunque, probabilmente aiutato da un talento senza dubbio innato e dalle numerose possibilità offerte da montagne ancora poco “esplorate” dal punto di vista dell’arrampicata su roccia. Ma le sue esplorazioni, cominciate sul finire degli anni ’70, continuano incessantemente portando all’apertura di decine di nuovi itinerari ogni anno. Per lo più di sesto/settimo/ottavo grado.

Chapeau.

Credo che il numero di nuovi itinerari da lui tracciati si avvicini al migliaio.

Ha arrampicato al fianco di altri fortissimi, tra tutti Ernesto Lomasti (si accenna a lui anche nell’intervista) con cui in pochi mesi, purtroppo per la prematura scomparsa, ha realizzato delle vie che sono tutt’oggi pietre miliari dell’alpinismo friulano.

Nella sua carriera ha all’attivo anche l’apertura di 5 nuove vie fino al 7°, in Groenlandia, durante una spedizione internazionale in cui comparivano nomi di altri friulani D.O.C. come Mauro Corona, Lino Di Lenardo e Luciano De Crignis.

E’ merito suo se attorno al 1998 riuscii a chiodare una piccola falesia qua a Caneva. Con la tenacia che mette in montagna riuscì a convincere anche il proprietario del terreno che diede il nulla osta alle mie opere verticali.

Mi sono fermato con lui a chiacchierare amabilmente di montagna in un bar del Tolmezzino. S’è parlato di montagna, di cultura alpina, di vie nuove ed avventura, dei suoi inizi… Vi propongo di seguito l’intervista scusandomi in anticipo per i rumori di fondo

Omarut

 

Impressioni d’autunno sul Chiavals

27.10.2016

I piccoli contrasti della natura si creano soprattutto d’autunno, quando la vita sui monti lascia il passo alla fredda solitudine della stagione invernale. Contrasti ingigantiti dalla stranezza di taluni fenomeni, nascosti all’occhio disattento di chi passa veloce, capiti da chi, nel proprio incedere per terre alte, ripone attenzioni preziose a quello che lo circonda.

Oggi vago solo, per bisogno o per mancanza d’altro il risultato è questo: sui sentieri della Val Alba a far muovere foglie solo i miei passi. Circondato da silenzi interrotti dal fruscio del vento sulle fronde e dal cadere delle foglie a terra che vanno aumentando il morbido pavimento colorato che già ingombra l’andare, prima di passare il testimone alla dama bianca che a breve ricoprirà tutto questo. Un mio caro amico da molto lontano un giorno m’ha scritto “è impossibile in autunno camminare tra gli alberi ed essere di cattivo umore allo stesso tempo”, ed effettivamente è così. Procedere su questo sentiero, in questo bosco di latifoglie, in questa giornata dove convivono contrasti forti mette di buon’umore seppur un’uscita pomeridiana come la mia oggi offra sempre la sensazione di una “toccata e fuga”, quasi una cosa proibita e vietata.

Volevo rimettere il naso in Val Alba, una riserva naturale del comune di Moggio Udinese in cui manco da almeno 15 anni, memore della traversata di cresta che mi condusse con mio cognato verso lo Zuc dal Bor. Tracce sfocate della memoria ricordano una lunghissima discesa su pendii ripidi ed erbosi – null’altro.

Oggi miro al Chiavals, cima minore di quella lunga dorsale un pò appartata che, vista dal fondovalle, appare come una muraglia selvaggia merlettata di rocce e boschi scuri sopra all’abitato di Moggio.

Cammino veloce lasciando l’auto al piccolo piazzale, basta girare l’angolo del pendio per estraniarsi dalla civiltà ed entrare in un Mondo del tutto singolare. Il sole è ancora calore a queste quote, relativamente basse, e la giornata limpida aiuta ad entrare in sintonia con ciò che mi circonda. La via taglia in quota questi boschi traversando sopra alcuni dirupi che mostrano il fondo della valle dove scorre un torrente le cui acque rassomigliano più a dei nastri d’argento. Il tempo s’è fermato qui, tra gli enormi massi che punteggiano questo bosco dai colori caldi e dagli ampi spazi. Un bosco a misura di fantasia.

Il sentiero si mantiene costantemente in quota mentre l’alveo del ruscello si fa via via più vicino, vuole avvicinarsi e raccontare ciò che porta in grembo. E’ da qui in poi che vivrò pienamente le impressioni d’autunno di questo angolo di montagna.

Il sentiero oltrepassa un greto oramai secco, la chiacchiera lieta e continua dell’acqua si sente appena, oramai in lontananza. Il bosco che vado risalendo è una festa, tutto è amichevole e si mostra bello, slanciato, addolcito. Ai miei passi coincidono milioni di applausi prodotti dalle foglie secche calpestate che giacciono a terra. Cantano e applaudono il passante, salire con un tifo da stadio non mi era mai capitato.

Mi trovo immerso in una faggeta dagli spazi ampi, misurata nelle dimensioni, rispettosa della vita vegetale delle migliaia di esemplari che vi fanno parte e che partecipano oggi alla festa. Sono tutti alti, parecchio alti, fieri e tondeggianti. Non un ramo fuori posto.

Più su un gruppo di piante più giovani gioca al mimo: un ramo si fa improvvisamente proboscide d’elefante indiano, dalla curvatura all’insù e la pelle rugosa e chiara.

Poco più in là due vecchi amici sostengono a vicenda il peso dei loro anni, un abete e un faggio abbracciati vedono scorrere le stagioni verso il Vualt. Lo fanno oramai da parecchi decenni, sembrano felici.

Altri abbracci legnosi si susseguono mentre continuo l’ascesa verso il bivacco Bianchi. Abbracci a più mani, o meglio dire, a più rami. Incantevole da vedere quello di un piccolo esemplare che stringe a se quello che potrebbe essere il genitore, tronco enorme dalle fattezze austere e regali.

Alberi felici

Alberi felici

L’ascesa spensierata termina in corrispondenza del cambio di versante, mentre passo dai caldi raggi del sole alle lunghe ombre buie di un bosco fattosi tristezza. Fa freddo, nella temperatura e nella sensazione che mi offrono questi alberi stentati, parenti lontani di quelli visti fino a poco fa.

La scolaresca di grotteschi esemplari sbilenchi pare sedata nell’entusiasmo da arcigni esemplari di larice che giacciono agli estremi di questo Mondo buio. Loro sono i guardiani, comandano e fanno ciò che vogliono. Impongono la loro Legge. Gli viene facile innalzare le chiome al sole mentre attorno la tristezza divampa infinita. Le condizioni indegne hanno costretto quest’angolo di bosco a vegetare in maniera grottesca, bitorzoli d’albero che non cresceranno mai perché privati del calore di un sole che non li vuole vedere. Alcuni hanno preferito farla finita e lasciarsi andare, giacciono a terra radici all’aria. Sono pronti per offrire la loro intimità al signore della Val Alba, il picchio nero che ne perforerà una dignità mai avuta.

Alberi tristi

Alberi tristi

Mi affretto, voglio lasciare questa zona triste e guadagnare i panorami aperti verso la cima. Più su il sentiero si fa mulattiera a curve strette e cenge per oltrepassare una zona di rocce e canali. Saranno i prati e i mughi delle quote a darmi il benvenuto nei pressi del pianoro dove sorge il Bivacco Bianchi. Quassù di certo la frenesia del Mondo non arriva e non resta che fare una pausa contemplando dalle grosse panche di legno antistanti il rifugio un “panorama mozzafiato” (questa è dedicata a Simonetta) che si perde fino alla pianura friulana.

Guardo su. Il Chiavals è poco oltre, se ne intuisce l’antecima contesa dai mughi tra rocce e prati stinti. Salirò lassù, oramai questo è l’unico pensiero.

Dal Biv. Bianchi

Dal Biv. Bianchi

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Verso la pianura friulana

Verso la pianura friulana

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Guidato dai segnavia rossi/gialli dell’Alta Via CAI di Moggio raggiungo la sommità di questa dorsale.

Non voglio altro, questo è quello che basta per avere in tasca un pezzo di felicità.

Omarut

 

INFO UTILI: Il M. Chiavals è inserito nella remota Val Alba, riserva naturale della regione Friuli Venezia Giulia.

Per raggiungere la cima a 2098m è consigliabile parcheggiare nei pressi del divieto di percorrenza dei mezzi a motore presso un piccolo spiazzo ghiaioso sulla strada che dall’abitato di Pradis (Val Aupa) conduce verso il rif. Vualt (indicazioni in paese). Attraverso i sentieri CAI 428a e 428 vanno seguite le indicazioni per il Biv. Bianchi risalendo dapprima degli splendidi boschi e poi, più decisamente, i pendii rocciosi che portano alla conca del bivacco in vista delle pareti occidentali del gruppo del Zuc dal Bor. Proseguire lungo il sentiero che mira alla forcella Chiavals (resti della prima guerra) abbandonando il sentiero principale per salire i ripidi prati di sinistra (segnavia rossi e gialli) e quindi la cresta finale che porta alla cima con un paio di passaggi più esposti.

Difficoltà: E (breve tratto E.E.)

Dislivello: 1050m

Tempistiche: dalle 3 alle 4 ore per l’ascesa, 2 ore il rientro.

 

Il Biv. Bianchi

Il Biv. Bianchi

 

Rinsen, a piedi – Una meta dimenticata

28.09.2016

Se ti appoggi per un attimo al grosso tronco di un vecchio larice la montagna ti parla. Pure una pietra ha il suo linguaggio. Tenerne una tra le mani, mentre sei all’interno di uno degli anfiteatri naturali più belli del Friuli, trasmette vibrazioni. Magari non in maniera così diretta e decisa come un essere vivente ma se uno avesse il tempo di fermarsi ad ascoltare, ad abbracciare, a stendersi, anziché calpestare e basta, avrebbe un fracasso alle orecchie quasi insopportabile. Le voci dei monti, i ronzii di questi versanti che paiono congelati solamente se continui a camminare senza fermarti un attimo. Senza dare la possibilità al tuo respiro di non affannarsi più ed equalizzarsi con quanto ti circonda in quel preciso istante.

Oggi ci siamo ritrovati soli a quota 1600, nel circolo racchiuso a Sud dalle pareti della cima Dieci e del Monte Siera. Pensieri d’un futuro di montagna, qui, sono svaniti nei cieli tersi delle cime Cadorine, schiacciati da una trave di legno storta, da una terrazza lisa e dalla tristezza infusa dal rifugio M. Siera, che di fatto scopriamo che rifugio non lo è di certo. Pazienza, sarà da altre parti il mio futuro.

Quota 1600 si diceva, aria di montagna, da assaporare il più possibile: occasioni così non vanno sprecate. Ritrovarsi orfani di un passaggio in fuoristrada per noi significa una cosa sola: vagabondaggio di scoperta.

Il vallone della Creta Forata so essere qua dietro, celato dalle alte pareti della Cima Dieci. Dicono che sia un posto fuori dal tempo, magnifico nella sua immobilità. Dirigiamo verso quel Mondo nella quiete di un pomeriggio autunnale. Il sole riscalda ancora la pelle ma l’ombra delle pareti che ti avvolge verso il passaggio del Prà Sartor annuncia la stagione fredda oramai imminente.

Il passaggio roccioso successivo è ben attrezzato e non necessita di attrezzature di sorta, se non – ovviamente – di giudizio. Ma quella è un’attrezzatura che non si compra in negozio.

Fra placche liscissime e bianche, sogno per l’arrampicatore che è in me, guadagniamo il balcone assolato che dà sulla valletta della Creta Forata. Pare un angolo di Dolomiti, anche i larici, quei pochi che ci sono, sembrano volersi camuffare da cirmoli. Ma perché tutto deve rifarsi alle vicine Dolomiti? Questa è una questione che mi sta a cuore. Eppure questo posto è talmente bello che non ha bisogno certo di paragoni per affascinare ed incantare chi ci finisce dentro.

Senza una meta precisa ci manteniamo sul fondo del vallone tagliando in quota questi prati ingialliti. Il silenzio è assordante. Neppure una pietra mossa da qualche abitante animale di questi posti rompe la cappa di quiete in cui siamo immersi.

Senza parole decidiamo di mirare alla forcella Rinsen, raggiungibile salendo ripidi prati verso destra. Pochi i segni di passaggio, bolli quasi assenti, solo qualche traccia di una vecchia mulattiera che, a volte, ricompare tra i pendii tagliando di netto il versante. Ipotizzo fosse stata realizzata in tempo di guerra come osservatorio della prima linea; da qui infatti il fronte tra i Monti Peralba e Navagiust si vede piuttosto bene.

Alla cresta che fa da forcella ci riaffacciamo verso Nord  e verso quei pendii che tanti apprezzano per la bella sciata che offrono. Rinsen infatti è una meta oramai esclusivamente invernale, ce ne rendiamo conto solo successivamente dopo aver perso qualsivoglia traccia di vecchio sentiero nei ripidissimi ghiaioni sottostanti. La montagna ha messo la corazza, non ci vuole. Fa di tutto per farci scivolare giù verso il rifugio Siera. Dal basso 3 camosci se la ridono a vederci così imbranati, muovono pietre e ghiaie che calando a valle fanno un fracasso che sembra in atto un terremoto.. E noi li, semisdraiati a tentare una discesa dignitosa su sassi che appena li sfiori se ne vanno. Durerà una buona mezz’ora questa situazione, il tempo di farci capire per bene come mai un sentiero su quei versanti non esiste più.

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Nel vallone della Creta Forata

Poi la pista del M. Siera e il rientro a Cima Sappada nei rumori del fondovalle. Ma se prima, su, era in atto il concerto della natura, quaggiù c’è l’esibizione del solito chiasso.

E poi c’è gente che vede la montagna come un mortuorio…

Omarut e Max

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I ghiaioni che scendono da F.lla Rinsen

INFO UTILI: Il vallone della Creta Forata merita una visita, così come la salita all’omonima montagna (passaggi di I° grado).

Per raggiungere Forcella Rinsen (quota 2160m) è consigliabile parcheggiare nei pressi della partenza della seggiovia del M. Siera a quota 1290m e risalire lungo la pista di discesa fino al suo termine nei pressi dell’arrivo dello skilift. Verso sinistra si segue il sentiero CAI che passando al di sotto delle pareti della Cima Dieci porta agli scorci di Pra Sartor e al vallone della Creta Forata superando un breve tratto attrezzato di facile percorrenza. Verso quota 1970m è possibile abbandonare il sentiero e risalire sulla destra i prati che mirano a forcella Rinsen, dapprima lungo un canale e quindi per i resti di quella che fu una mulattiera.

L’anello da noi realizzato risulta sconsigliabile per la pericolosità della discesa che dev’essere affrontata unicamente se esperti di questi tipi di terreni (ghiaioni ripidi dal fondo inconsistente). E’ opportuno, senza dubbio, rientrare a Cima Sappada attraverso la via di salita, il sentiero CAI 321 e la pista di sci.

Difficoltà: E (breve tratto E.E.) – Dislivello: 870m  Tempistiche: dalle 4 alle 5 ore per l’anello completo.