Le placche calcaree della Val di Collina

Ogni arrampicatore, in cuor suo, quando va per monti cerca emozioni mute che solo la roccia può dare entrandoci in sintonia. L’alta Valle del But è racchiusa da pareti con cui dialogo da anni, che hanno visto crescere la mia passione per il verticale e che sento un po’ casa mia.

Sono tornato pochi giorni fa alle placche della Val di Collina, grosso scudo di calcare ben visibile anche dalla strada statale che collega il Friuli Venezia Giulia alla Carinzia attraverso il valico del Passo di M. Croce Carnico.

Scalare in questa zona è un intreccio di sensazioni. Si arrampica tra confini poco visibili, geografici, storici ed ambientali. Salendo alla parete, infatti, si sfiorano le vicende storiche che interessarono questi luoghi, la Grande Guerra ha lasciato memoria di sé come le piccole caserme ancora visibili tra le radure verso la malga e il Confine di Stato che dista poche centinaia di metri.

Il primo appiglio si offre a noi a due passi dall’automobile. È una roccia compatta, il grigio Devoniano dove l’acqua nei millenni ha disegnato le scure righe e i solchi che ci permettono oggi di salire. Sfioriamo leggeri placche ed appigli perché qui l’arrampicata non si fa con la forza bruta ma con l’equilibrio di una danza verticale. La roccia offre lavagne completamente lisce o grossi buchi naturali in un susseguirsi di variabili di pietra che alimentano la nostra fantasia. Attorno, le calde atmosfere dell’autunno ci colorano il cuore di calore.

Il confine friulano tra alpinismo classico e moderne scalate passa anche per queste pareti dove alle attrezzature odierne dell’arrampicata sportiva si affiancano i vecchi chiodi infissi dai nomi celebri di chi ha portato questa disciplina in Carnia.

Scendiamo dalla parete assieme a un gruppo di simpatici arrampicatori austriaci: cent’anni dopo pare che i confini d’odio eretti in tempo di guerra siano stati definitivamente eliminati.

Info utili

Le placche della Val di Collina sono costituite da varie pareti dov’è possibile trovare itinerari di arrampicata per tutti; le difficoltà infatti partono dal IV grado per arrivare al VII e oltre negli itinerari spiccatamente sportivi della parte bassa. Le vie più ripetute sono la “De Infanti” e la “Dorigo” che si sviluppano per un centinaio di metri sulla parte alta delle placche. Gli itinerari risultano ben attrezzati e l’avvicinamento si svolge per comodo sentiero dalla Malga Val di Collina bassa raggiungibile su strada sterrata anche con normale autovettura (lasciare la statale che porta a passo Monte Croce Carnico all’altezza del terzo tornante).

 

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Questo post fa parte del progetto FVGlivexperience a cui volentieri “presto” la mia penna per la promozione del mio territorio.

Qua il link:

http://www.fvglivexperience.it/2017/10/06/le-placche-calcaree-della-val-di-collina/

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And the winner is… La Carnia!? (?)

Secondo anno di partecipazione ad Innovalp, festival organizzato dalla locale cooperativa Cramaars con il sottotitolo di “Festival delle idee per la montagna”. Una serie di incontri corposi, a volte introspettivi, altre volte piuttosto utopistici..

Il primo meeting a cui ho partecipato è stato quello del 21 marzo al museo Gortani di Tolmezzo, andava in scena la presentazione di una guida sulle Dolomiti (Lonely Planet a cura di Piero Pasini). A seguire si trattava il tema de “Il viaggio di un camminatore nella storia contemporanea della montagna friulana” con l’intervento del Prof. Fabrizio Barca.

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La Tolmezzo che ci piace

Se la prima parte dell’incontro non mi ha particolarmente colpito, vuoi per i temi trattati vuoi per una certa demagogia turistica dove si ostentava la Wilderness delle nostre amate montagne friulane, ben altre emozioni mi hanno suscitato gli interventi degli ospiti a seguire. Anche perché mi sono sentito chiamato in causa in primis come gestore di un rifugio alpino, che di fatto, ha visto intrecciarsi la scorsa estate delle vicende legate al suo interland che nelle tanto decantate Dolomiti, si sarebbero trasformate in barzellette nel giro di pochi giorni… In secondo luogo come Ambassador del Friuli Venezia Giulia.

Il colto professore, persona dal carisma magnetico lo devo ammettere, è stato narratore di quanto provato in una sua vacanza sull’intero arco alpino orientale, una vacanza realizzata al ritmo delle proprie gambe perché fatta interamente a piedi. Dalle sue scorribande alpestri dovevano essere distillate 8 impressioni, 4 negative e 4 positive sui territori montuosi del nostro Friuli.

Se all’elenco degli elogi si intravedevano sguardi sornioni e soddisfatti tra gli astanti, alle note negative c’è stata un’alzata generale di scudi. Per come sono fatto io, a volte sin troppo propenso a mettermi in discussione, devo ammettere che quanto fotografato dal Barca corrisponde all’essenziale verità della montagna friulana.

Territori rugosi dove le emozioni sono, ancora e nonostante tutto, per pochi eletti, soprattutto perché questi territori, a parte ai residenti (e non sempre alla maggioranza di questi ultimi), restano sconosciuti ai potenziali turisti forestieri.

Ambiti inflazionati vs terre semisconosciute.

Comprensori di confine dove il centenario della Grande Guerra sta per finire con un nulla di fatto nella generale inerzia. Kilometri di linea del fronte dove restano poche macerie, sopravvissute alle altre inghiottite da vegetazione o annichilite dalle frane. Pochi i cartelli esplicativi, pochi i ricordi, pochi – quindi – gli onori che al giorno d’oggi rendiamo a chi sul fronte della montagna friulana ha perso la propria esistenza.

Moltissime persone incontrate negli stessi, soliti, ambiti e pochissime in tutto il restante territorio montano.

Incertezza dei sentieri e rarefazione degli stessi. Cartellonistica, anche transfrontaliera, carente o del tutto assente. Progettare una gita nella montagna friulana diventa alquanto difficile: alla poca offerta riscontrabile se paragonata alle “altre Alpi”, corrisponde una notevole mole di domanda che, puntualmente, si perde lungo il cammino della pianificazione per le difficoltà di trovare, ad esempio, un comune denominatore del territorio dove poter programmare più giorni di visita. Realtà separate seppur vicine, campanilismi inutili (questo ce lo metto io).

Il nulla dopo l’eventuale escursione alpestre. E si citano le terme di Arta, come esempio di piscinetta calda senza dubbio superate in qualità ed offerta dalla qualsiasi SPA del qualsivoglia Hotel dei territori confinanti.

Ferrate, tra le più belle della regione, chiuse in piena stagione estiva. E qui mi sono accalorato al punto da dover intervenire a difesa di chi, su quelle montagne, ce la sta mettendo – davvero – tutta.

Come mi aspettavo le critiche sono state guardate e valutate in malomodo ed, in parte, in maniera alquanto prevenuta.

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Dal canto mio sono convinto che le situazioni riportate corrispondano a verità. Il futuro? Chi lo sa, mi piace pensare che chi vive le terre alte sarà aiutato effettivamente e sostenuto da quelle istituzioni che dicono di impegnarsi quotidianamente per lo sviluppo della montagna. Mi piace credere, forse utopisticamente, che il seme piantato ad Innovalp faccia crescere una logica virtuosa in cui i montanari (ed ho il massimo rispetto per il termine) siano coadiuvati in quelle realtà che di per sé sono molto più faticose e difficili di una qualsiasi altra attività svolta a fondovalle. I malgari, i pastori, i boscaioli, i gestori dei rifugi. Queste persone hanno il bisogno di vedere segni tangibili al loro fianco, hanno bisogno di una politica che oltre alle campagne pre-elezioni sia poi  presente ed attiva, non tanto per i singoli ma perché aiutando questi “presidi d’alta quota” aiuterebbero, in generale, la montagna friulana con l’indotto che ne consegue.

Lo scorso anno mi sono gettato nell’avventura della gestione di un rifugio alpino, un vero Rifugio perché da me si arriva solo a piedi. Oltre a costi incredibili per l’avviamento della Ditta, a costi esorbitanti per l’evasione di carte relative alla “burocrazia spicciola” per lo più totalmente inutile, alla comparazione totale ed incondizionata ad un albergo di fondovalle con i relativi maggiori sacrifici, sento forte una sensazione di appagamento e gratificazione perché so di contribuire a fare del bene alla mia terra. Devo ringraziare  qualcuno? Qualche amico e alcune persone del CAI di Tolmezzo. Punto. Nel senso che nessun altro si è fatto vivo. Lo sviluppo di una grossa parte di montagna carnica è sulle spalle mie, del mio socio e dei volontari, che possono essere larghe e pronte al carico, ma che ringrazierebbero di certo se qualche ente pubblico si interessasse di più a cose spicciole che i turisti trovano tanto appetibili.. Segnaletica, diffusione on-line, manutenzione ferrate e relativa burocrazia, qualche forma di sostegno o collaborazione a chi, più che per interesse, lo fa per pura passione.

Ben-essere o Ben-avere? Questo è il dilemma .. (per me, senza dubbio alcuno, la risposta esatta è la prima).

Ma sto divagando.

Un altro incontro, quello con Francesco Grandis, scrittore per Rizzoli di “Sulla strada giusta” è avvenuto a palazzo Frisacco il 22.

Spunti interessanti e senza dubbio obbiettivamente affascinanti sono stati trattati.

“Sei veramente felice? Più che felice sono contento”.

Contento, da accontentarsi, stato psichico di beatitudine, calma e benessere.

Considerazioni sulla routine che il mondo moderno ci impone, dove le vite di tutti noi sembrano fatte con lo stampino: cresci, studia, trova un lavoro, sposati, lavora, vai in pensione. A questo Francesco ha detto BASTA dopo una rovinosa caduta psicologica avvenuta oramai qualche anno fa. Da quel tonfo ha ricostruito le basi della sua vita, coltivando gli interessi che portano, secondo lui, alla felicità. Punti di vista condivisibili, prospettive di un mondo frenetico che spesso considero tali anche io, mentre sono seduto all’apice di qualche cima, guardando verso il fermento della vita di fondovalle.

 

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Francesco Grandis

 

Il giorno successivo sono nuovamente seduto tra le sedie della biblioteca di Tolmezzo per ascoltare Francesco Vidotto, “Il menager che ha scelto la libertà”. Vidotto abita a Tai di Cadore, a poche decine di km da Tolmezzo e sta diventando uno degli scrittori più quotati del panorama nazionale italiano. Racconta la sua storia, che riassume ed amplifica quanto detto in precedenza da Francesco Grandis: il ritorno alla natura e alle montagne in questo caso non può che rivelarsi la scelta giusta per quelle persone che vedono nella natura il fine ultimo delle loro scelte.

 

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Francesco Vidotto

 

Ecco quindi il messaggio di fondo che incontri come questi lanciano a chi, come me, vuole anche un po’ sognare: la montagna può essere la scelta giusta per chi ci crede fermamente e ha voglia di  mettersi in gioco.

Io non sono né Grandis né Vidotto, ma come loro – probabilmente all’inizio grazie al mio subconscio – ho creduto nella rivincita del territorio che mi ospita e in quelle attività che, per ora altrove, danno da vivere a intere comunità. Ci ho creduto a tal punto da investire la mia vita e, per ora, posso dire di aver preso “la strada giusta”, come dice lo scrittore. Che sia più faticosa e sempre in salita sono punti di vista che non mi fanno paura, anzi. Quindi un consiglio finale, permettetemelo, a chi confida nel lavoro in fabbrica come traguardo ultimo di vita o alla fuga dal nostro territorio per trovare fortuna: se crediamo nella nostra terra qualcosa di buono arriverà.

La Carnia merita qualcosa di meglio e l’impegno dei singoli farà la differenza da qui al futuro.

Fuarce Cjargne!

 

 

 

Dalle Alpi alle Canarie

Le coincidenze della vita mi portano a lasciare per qualche tempo la Carnia per approdare, in mezzo all’oceano Atlantico, sull’isola di Tenerife nell’arcipelago vulcanico delle Canarie (territorio Spagnolo). La mia mente, adagiata sui luoghi comuni e sui preconcetti, ha pensato subito al relax di una fuga al caldo. In effetti credevo, erroneamente, che le isole Canarie fossero il regno delle spiagge bianche, delle palme e dei cocktail sorseggiati in riva al mare con addosso solo un costume e le infradito. Me la figuravo così questa fuga esotica. Pensavo fossero mingherline, delle isolette insomma.. Pensavo. Ma già dall’oblò dell’aereo ho capito che qualcosa nella mia formazione scolastica forse andava rivista o quantomeno approfondita.

Ho passato qualche giorno sull’isola di Tenerife, dicevo, uno scoglio in mezzo all’oceano che fa più o meno 84 km di lunghezza. Altro che atollo tropicale e isolette!

In questi giorni dedicati a famiglia ed amici mi sono tuttavia ritagliato dei piccoli spazi esplorativi concedendomi qualche escursione dell’ultim’ora, organizzata alla “carlona”, con poco abbigliamento, poche informazioni ricavate da una guida tascabile scritta totalmente in spagnolo e piuttosto vecchiotta, poche idee chiare fondamentalmente se non una ben precisa: quella di vivere attimi che stando, normalmente, Ai piedi delle Carniche, sono ben lontani dalla mia quotidianità.

Sull’intera isola vigila la sagoma del Teide, il picco vulcanico più alto dell’arcipelago che fa segnare 3718m agli altimetri e che si ritrova un po’ ovunque nel quotidiano vivere  isolano. Sulle auto, nei nomi degli alberghi, nelle pizzerie al taglio… L’idea era di salirlo assieme all’amico di ventura ma ben presto arriverà il suo cambio di programma per scelte più agiate, definiamole così.

Io non mi do per vinto e comincio la conoscenza di queste alture da quella più vicina che si può vedere dal mio alloggio: un bernoccolo roccioso di origine vulcanica che si alza sulle onde dell’oceano per circa 130m di quota, propaggine meridionale della Montana de Guaza.

Sarà una passeggiata esplorativa lungo sentieri ben marcati in attesa che la cittadina di Los Cristianos si risvegli. Godersi l’alba al mare è una situazione che mi è sempre piaciuta. Partire in silenzio da casa con la calda luce del giorno che nasce mentre il sottofondo ai tuoi passi lo fa lo sciabordio delle onde sulla terraferma. Attimi intensi. E’ uno strano salire. Non fosse che in questo periodo non sto tanto attento alla “linea” giurerei di essere più leggero! Chi viene dalle Alpi ed approda come me sui sentieri della lava si troverà stranito al primo impatto con questi percorsi che rimbombano, o comunque che fanno sentire i passi del viandante più leggeri. Le pietre sono molto leggere per la scarsa densità, anche le grosse lastre su cui capita di transitare emettono uno strano rimbombo, come fossero vuote  e si camminasse sui tamburi anziché su sentieri battuti. In breve giungo al limite di scogliere che si gettano nel mare, avevo fretta di vederlo dall’alto, l’oceano.

Strana cosa questa possibilità di fermarmi a studiarlo senza fretta, strana sensazione per chi viene dalle valli. Sempre stato abituato ad avere avanti all’orizzonte uno schermo, un sipario fatto di cime e poi altre cime, qua davanti non c’è nulla tra me e l’infinito che debba essere salito o scansato per vedere il limite dove possono arrivare i pensieri lanciati. Ed è una cosa che lascia basiti. Non è semplice acqua in grosse quantità ma un’entità viva che ipnotizza. So per certo di essere ben più alto della linea zero eppure ho l’impressione che l’accavallarsi delle onde possa da un momento all’altro crescere a dismisura e travolgermi. Strana cosa questo oceano. Elemento dotato di voce propria al contrario dei monti. Urla, sbuffa, crepita.

Rientro con calma, il paesaggio è talmente fuori dai miei schemi mentali dell’abitudine che non posso esimermi dal fermarmi in continuazione a esaminare strane piante nane dal tronco spesso nate attorno alle rocce. Si danno sostegno l’un l’altro su questo altopiano. Di strani cerchi di pietre provo a capire l’origine arrendendomi dopo pochi minuti. Rientro alla base.

Il giorno seguente lo dedico alla salita di una delle cime più antiche dell’isola, la Roque Imoque data come meritevole di visita dalla solita guida.

Lascio l’auto ad Arona, piccolo paesino sulla strada che dal mare porta al cratere del Teide e mi addentro in un paesaggio rurale di rara bellezza. Strano come bastino pochi attimi alle Canarie per passare dal traffico caotico delle cittadine mondane della costa a questi spazi di silenzio resi più profondi dal senso di estrema naturalità che quanto mi circonda offre. Percorro qualche centinaio di metri, dopo i primi cartelli, le segnalazioni sono sempre più parche fino a scomparire del tutto. Vago per circa 30 minuti in queste lande, attraverso un torrente in secca (che qua chiamano Barranco) scendendo ripide sponde di pietra lavica dai mille colori, risalgo oltre su zone appena franate e poco frequentate. Non ho la più pallida idea di dove sia finito, eppure la montagna è davanti a me. “Non mi sono mai perso in vita mia – mi dico – vuoi che mi perda alle Canarie??” E inoltrandomi in cunicoli sempre più stretti fra fichi d’india sempre più vigorosi ritrovo la retta via.

La salita si impenna nei pressi di una costruzione rurale abbandonata. C’è vicino uno strano lastricato, geometricamente perfetto nella sua rotondità, dallo scopo misterioso.. Le ipotesi sull’utilizzo di questa opera mi frullano in testa talmente forti che non mi accorgo nemmeno di aver raggiunto la sella indicata sulla mappa e che il tempo sta rapidamente cambiando in peggio. In effetti, dall’arrivo a Tenerife, non ho mai ancora trovato quel caldo da “spiaggia equatoriale” che mi sarei atteso, anzi, il clima è al limite per essere definito mite. Di conseguenza indosso quello che un montanaro europeo si porterebbe per una camminata all’equatore: pantaloncini e maglietta. Però guai a fermarsi perché i denti cominciano a battere.

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La salita non da tregua, sale lesta fra pietre variopinte e cactus dalle dimensioni oltremodo generose. Giù lo sguardo si perde verso l’oceano ancora per poco, entrerò in una nuvola densa verso la sommità di quella che credevo la Roque Imoque ma che non corrisponde per fattezze e quote a quanto mi dice la cartina. Comincia a piovere e la temperatura crolla. “Non piove mai alle Canarie, vuoi che si metta a piovere ora??”.

Sulla piatta cima poi, vagando nella nebbia, perdo definitivamente il sentiero in una selva di terrazzamenti uniformi. Sembrano disegnati al PC, una precisione disarmante che mi fa perdere l’orientamento. La lattugginosità della situazione mi fa pensare che mantenendo la direzione di marcia troverò senza dubbio il sentiero che mi consentirà di concludere l’anello. Al posto del sentiero trovo alte pareti e, oltre queste, foreste di cactus su cui cadere facendo la fine del coyote dei Looney Toons.. -No, qualcosa non quadra-. Stanco della situazione seguo il vecchio adagio “chi lascia la strada vecchia per la nuova…” e decido di tornare sui miei passi ma ritrovare il sentiero di salita sarà più arduo del previsto. Nonostante tutto, rientro all’auto senza esser stato costretto ad allertare i colleghi del soccorso alpino Canarini (ma ci sono?), magra consolazione. Insomma, un giro immerso in una natura spettacolare su quella che saprò poi essere la Roque del Conde e non la Roque Imoque. La cima fa 1001m e su di lei regnano le nuvole, ho scelto proprio bene la mia escursione!

L’ultima uscita la dedico al Teide, il terzo vulcano per altezza del Mondo. Sono 40 km di salita solo in auto per raggiungere la zona dei parcheggi, un’ora abbondante di strada, altro che Kaiser Zoncolan.

Sto risalendo nell’oscurità la bellissima strada che passa per Villaflor e il termometro dell’auto continua inequivocabilmente il suo conto alla rovescia. Verso le pareti che racchiudono il vecchio cratere l’avvertimento è perentorio: “3°C rischio ghiaccio”. “Ma sono all’equatore o al Polo Nord??”.

In un silenzio irreale e una solitudine che sa di ere geologiche lontane, ammiro dall’interno dell’abitacolo questo spazio senza tempo che è la Canadas del Teide (la caldera vulcanica). Devo convincermi ad uscire e combattere con il freddo equatoriale, sembra una barzelletta.

Orfano di qualsivoglia compagnia ho deciso di dedicarmi alla salita di una cima delle tante qua attorno, la Montana Blanca, che fa 2740m di quota ed è quella che più mi attira, vuoi per il nome un po’ “alpino”, vuoi per il facile accesso dalla strada.

La temperatura esterna mi fa correre più del dovuto, sono vestito sempre poco seppur abbia addosso tutto quello che mi sono portato da casa. La bellezza di quanto mi sta attorno è struggente, credo di aver visto raramente dei posti così affascinanti. Il fatto di trovarmi su di un vulcano poi, mi riporta alle mente le altre esperienze vissute sulle rocce laviche: l’Etna, Vulcano, Stromboli e Alicudi. Attimi che conservo nel cuore come tra i più belli del mio essere camminatore. Perché se c’è qualcosa che la camminata con il suo ritmo costante ti regala, sempre, quando vaghi immerso nella natura, è la capacità di farti fare un viaggio in te stesso. Se poi, questi viaggi, sono fatti in un silenzio avvolto da queste espressioni della Terra, il proprio viaggio interiore è ancora più profondo. Sarà che mi sono costruito un modo di vedere il mondo alla mia maniera, un Fengh Shui nostrano senza troppe linee guida imposte, ma qua attorno gli elementi sono tutti al posto giusto per allineare i miei pensieri verso quello che parrebbe essere la felicità. Un termine pericoloso, felicità, a scriverlo fa quasi paura. E sono felice proprio qua dove regna il nulla assoluto. Polvere, sassi, pochissimi cespugli coriacei che li puoi contare sulle dita di una mano. Un impasto improduttivo direbbe qualcuno, un tutto che mi sta stregando.

Il Teide e il suo circondario sono terreni dove il tempo sembra essersi fermato. O forse qua le ere non si sono mai susseguite ed è rimasto tutto come al minuto zero. Si cammina sul seme della nostra creazione. La creazione del pianeta Terra è qui davanti ai miei occhi. Il paesaggio muta completamente ad ogni cambio di direzione di questa larga pista che sto salendo. La cima è costantemente sopra di me e a portata di scarpa, basterebbe mirarne la sommità per accorciare i tempi di salita e raggiungerla in un batter d’occhio. Ma oggi voglio salire lentamente e restarci più tempo possibile su questi promontori. I colori variano dall’ocra, al nero, al rosso, al bianco. Tutto è brullo a perdita d’occhio. In basso, all’orizzonte, il mare si intravede tra le cortine fitte delle nuvole che cingono la costa Ovest dell’isola. Unica nota stonata, i piloni del telesforo (la cabinovia che porta il pubblico a quota 3400m). Tutto il resto è un condensato di quanto possa essere potente e fenomenale la natura.

Poco prima di arrivare sulla cima vera e propria, oltrepasso la zona delle uova del Teide. Enormi macigni scuri, arrivati dal cielo per l’esplosione del vulcano. Bombe enormi non detonate e depositatesi sul nulla che le circonda.

Impressionante.

Attratto e rapito dal circondario non mi rendo conto di aver raggiunto la mia meta. La piatta cima di pomice ha una piccola piramide di sassi come punta massima. Mi guardo attorno, è ora di rientrare alla civiltà anche se mi fermerei qua ad attendere e pensare. Rientrando, alla luce del sole, mi rendo conto che in pochi km di strada sto facendo il giro del Mondo: visito il deserto del Serengheti, i paesaggi dell’Iran, il Gran Canyon, lo Utah  e la Monument Valley. Tutto alle isole Canarie, che credevo “piccole isole, regno delle spiagge bianche, delle palme e dei cocktails sorseggiati in riva al mare con addosso solo un costume e le infradito..”

Si si, proprio così, vai Omarut che il mondo ha tanto da insegnare.

Aprile 2018

 

Il Portonàt della Grauzaria

08.03.2018

Gli scorsi giorni ho pensato ripetutamente, nel calduccio di casa mia, di aver perso quella voglia di montagna invernale che fa rima, nel mio dizionario, con scialpinismo. Quella scintilla, quel bagliore ardente che alcuni chiamano “passione”. Mi girava costantemente in testa l’immagine di un fuoco, dapprima grande e caldo, con fiammate alte e vigorose che man mano andava quietando la propria veemenza verso un ardere silenzioso diventando quindi brace. Il tramonto di uno slancio che perdura da vent’anni dopo numerose albe dai colori del ghiaccio. Di giornate trascorse su distese di neve, nei pertugi più reconditi delle montagne o su aperti pendii abbacinanti. Ed ho provato paura, spiazzato dall’idea di perdere una delle colonne portanti di quella struttura che faticosamente mi sono costruito nella vita.

Forse per riattizzare la fiamma o solo per non pensarci, ho accettato volentieri l’invito di Manuel verso una meta che conosco bene, ma che da tempo non frequento. Il Portonat della Grauzaria, un canale incassato tra pareti lontane dalle folle e dal turismo di massa.

Lo contornano montagne dai nomi selvatici, montagne con profili Egizi, montagne che riportano indietro la mia memoria ai tempi della gioventù e delle prime esperienze con gli scarponi ai piedi. Serbo infatti nella mente immagini sfocate di un ragazzetto con un grande ciuffo di capelli in testa e un grosso paio di scarponi pesanti ai piedi arrampicato su un sasso discosto dal gruppo di vocianti ragazzetti sul piazzale del rifugio. Il bimbo Omarut intento a  scrutare queste pareti altissime, pericolose,  paurose eppure tremendamente affascinanti già a quell’età. Avrò avuto 7/8 anni..

Abbiamo lasciato l’auto nel piccolo parcheggio e stiamo risalendo appiedati questi boschi di pino e faggio alla ricerca del bianco elemento. Oltre i ruderi di casera Flop indossiamo gli scarponi e mettiamo gli sci ai piedi.

Giungiamo in breve nei pressi del Rifugio Grauzaria che è stato da qualche tempo completamente ristrutturato. Non ricordo l’anno preciso eppure quella volta organizzai “la gita di fine stagione” proprio qui. Un’epica salita al canale del Portonat con gli sci preceduta dal pernottamento nel rifugio, allora trovato coi lavori di ampliamento in corso d’opera. Organizzati attorno ad una stufa dallo stranissimo sistema fumario, passammo la serata a lume di frontale brindando a qualunque cosa ci venisse in mente. Eravamo in quattro e col passare delle ore a causa dell’alcool uno alla volta ci buttammo, storditi, tra le braccia di Morfeo ricavandoci un cantuccio tra gli attrezzi di lavoro del cantiere. Il giorno dopo la salita  con le sue difficoltà,  per alcuni del gruppo,  fu l’ultima cosa a cui pensare annientati dal mal di stomaco e dai conati di vomito.  La notte brava presentava il conto. Uno dei miei amici storici, duro come la roccia e indomabile salitore, fatti 100m pregò per tornare indietro. Fu la prima e l’ultima volta che lo vidi così in difficoltà.

Oggi niente di tutto ciò, l’andare è tranquillo e c’è tempo di guardarsi attorno.  In giro non c’è un’anima, come sempre da queste parti, e la stessa ammirazione che mi colpì da ragazzetto mi accompagna ancora mentre risalgo i larghi pianori verso l’ingresso del canalone.

Le montagne sono vive oggi, respirano soffi di brina e sbuffi che scendono dalle loro spalle, si fanno sentire.

L’ingresso del canale ha pendenze più sostenute e la neve soffice depositatasi ieri sopra ad uno strato ghiacciato ci rallenta. Oltre però anche la salita è piacevole, batto traccia perdendomi con lo sguardo tra le pieghe delle pareti che si ergono verticali dal solco che stiamo risalendo. Il piacere dello scialpinismo per molti è dato solo dalla discesa, per me è l’insieme che produce l’uscita perfetta. Compagnia, neve, panorami sono addendi equivalenti per il risultato. In alto il sole ci attende, dobbiamo solo superare un paio di lastre da vento per buttarci in quest’atmosfera di luce primaverile. Oramai il sole è quello della bella stagione e la pianura friulana che vediamo giù dalla forcella verso meridione ha assunto toni di verde brillante che inducono la mente a pensare a scenari non certo innevati. La piramide del Sernio da qui è un’enorme meridiana, segna l’ora del mezzodì verso il Foran de la Gjaline. Ci sarebbe il canale che sale alla cima della Grauzaria che ingolosisce ma un paio di accumuli ne sconsigliano la percorrenza. Sarà per la prossima.

Questo giorno particolare ci regalerà una bella discesa su neve fresca intonsa. I pendii presentano una pendenza ideale e risultano ben sciabili fino agli spazi prospicienti il rifugio. Poi la neve crostosa la farà da padrona, ma valeva la pena riattizzarlo oggi quel fuoco, con le persone giuste. Quelle che non si vergognano di sciare a “spazzauovo”, quelle che danno del tu a roccia e neve da oltre cinquant’anni, quelle che il sale della vita lo trovano sulle cime evitandolo a pranzo. Quelle, come me, che i rami di faggio li vedono come parte dei boschi e non come ancoraggi per le discese a corda doppia.

E non mi brucia nemmeno il sedere (questa la dovevo proprio dire!)

Omarut, Manuel, Ippolito e Sandro

Info utili: Si può parcheggiare l’auto presso la partenza del sentiero che sale al rifugio Grauzaria (da Moggio Udinese strada della Val Aupa fino alle indicazioni sulla sinistra per il rifugio (Stalons dai Nanghez) a quota 730m. Risalire il sentiero dapprima nel bosco e man mano su terreno più aperto fino al rifugio Grauzaria. Sulla sinistra è intuibili il canale del Portonat che sale fra le cime della Sfinge e della cima dei Gjai con un primo risalto più ripido e quindi con pendenza mediamente costante fino alla forcella del Portonat a quota 1860m. Utile il casco.

Discesa lungo l’itinerario di salita con pendenze medie di 35° e qualcosa di più nel canale.

Dislivello 1150m , diff. B.S. (F-E1-2.3), tempi di salita attorno alle 2.5/3 h.

 

 

 

Lacrime ibernate

06.02.18

C’è uno mondo che si nasconde quando risali le fredde strutture di una parete ghiacciata.

Un mondo fatto di strani scricchiolii, di stalattiti che saltano immobili nel vuoto come tende appese pronte ad essere tagliate da una mano invisibile.

Dall’incertezza della materia che scali, perché a volte quello che appare non è ciò che in realtà è.

Dal soffio della montagna che ti passa a lato e che toglie il respiro.

Dalla fatica dei tuoi muscoli che bollono mentre tutt’attorno è gelo.

Da un amico che si esprime a tiri sulla corda che vi lega, piuttosto che in urla sguaiate. Perché rumore di fondo ce n’è sempre, troppo.

A volte parlare non serve, come oggi. Chi ha salito per primo questa cascata ha visto in alto gli occhi della montagna piangere. Le lacrime ibernate sono attimi di vita vissuta, non solo di felicità è fatto un uomo. Ma di tutto ciò.

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Info utili: Parcheggio presso lo spiazzo antistante le pareti di ghiaccio del fiume Piave (da Sappada scendendo verso il Cadore, sulla sinistra). Scendere verso l’alveo del fiume e oltrepassarlo tramite un cordino a sbalzo (utilissima una carrucola). Si è subito sotto alla struttura che parte poco sopra la briglia di cemento. Avvicinamento 10 minuti.

La linea di salita di “Lacrime ibernate” è evidente. Soste attrezzate per le calate con corde da 60m (da sosta 5 a sosta 3, da sosta 3 a sosta 1, da sosta 1 a terra), utili mezze corde da 60m.

Lunghezza complessiva 220m (5 lunghezze di corda), difficoltà II°- 4°.

 

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Vista dal parcheggio

 

La forcella di Riomoz

29.01.2018

Sono alla cassa di un noto supermercato tolmezzino attorniato dagli acquirenti che portano in viso quello stato di fretta continua, il “logorio della vita moderna” come diceva un noto spot televisivo. Vestito come più mi piace e come più sto comodo, anche perché sono compere effettuate appena rientrato dall’ennesima sciata pomeridiana stile “toccata e fuga”. E accanto a me c’è il solito Max, nelle vesti più freerider del sottoscritto, ma dalla stessa sostanza, in pratica.
Biip – biip – biip.. Scorrono le merci sul nastro della cassa. Mi giro e gli faccio “Ou, ma noi 2 ore fa eravamo in mezzo alla neve, in mezzo al nulla e ora siam qua”.

Biip – biip – biip

Che strana la vita.

Bastano 2 ore per proiettarti dal sapore di un tramonto infuocato, di nebbie lontane nelle valli, di un canale dalla neve ghiacciata e rugosa, di una cornice d’uscita fatta di schiume di latte soprapposte alla cassa di un supermercato.

Poteva passare come una delle tante giornate che da vecchio non ricorderai mai, confusa in una girandola fatta di altrettante giornate simili. Ed invece, probabilmente, la ricorderò come quella volta che salii e scesi la Forcella Riomoz, piccola perla incastonata sulle propaggini del Buinz. Con un caldo invernale che sembrava primavera, con una solitudine amplificata dall’ora tarda e dal sole nascosto su in alto dietro alla cornice di Riomoz. In compagnia di un amico con cui ne ho passate tante e credo altrettante ne passerò in futuro.

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Lontano dai Biip delle casse dei centri commerciali, delle polemiche sterili che ogni giorno nascono per i motivi più disparati.

Vicino a quello che più mi piace. Anzi, proprio dentro.

Info utili: Parcheggio presso la caserma della G.d.F. di Sella Nevea nei pressi della pista dismessa orientata a Sud (sulla sinistra provenendo dalla Val Raccolana). Risalire la pista e a circa metà inoltrarsi verso N-E- risalendo la strada forestale fino alle malghe Cregnedul dove si imbocca l’evidente vallone, su terreno man mano più sgombro dalla vegetazione, in direzione della forca della Val. A quota 1800 inoltrarsi verso Ovest nel canale che porta alla piccola forcella di Riomoz su pendenze man mano più importanti fino a quota 2159m. L’uscita, sui 50°, è spesso ghiacciata e va valutata la possibilità di discesa in base alle condizioni della neve. Comodo il “deposito sci” sotto alle pareti di destra poco prima della forcella. Utili i ramponi ed il casco.

Discesa lungo l’itinerario di salita con pendenze medie di 40° nel canale.

Dislivello 1000m , diff. O.S.A (P.D-E2-3.2), tempi di salita attorno alle 2/2.5 h.

 

 

Lo specchio di Biancaneve

22.12.2017

Ci sono giornate nella vita di un uomo che, per essere complete, devono contenere una quantità ben definita di silenzio. Attimi di cui la tua anima necessità e si nutre, in maniera forte e profonda, per creare quello che sei – nel bene e nel male.

La frequentazione della montagna d’inverno permette il più delle volte di varcare la soglia di un mondo muto che affascina ancor più quando il freddo attanaglia gli elementi e serra quello scorrere quotidiano che si protrae negli altri periodi dell’anno.

E’ l’immobilità dell’acqua la condizione che ci piace salire e lo possiamo fare solo ora, per passare dove non potresti altrimenti.

Provo sempre un’assoluta pace, interiore ed esteriore, quando il contatto con la terra che mi ospita viene per qualche attimo “dissolto” dalle becche delle mie piccozze o attraverso le punte dei miei ramponi. Sono pochi i centimetri di ferro frapposti tra me e il Mondo, bastevoli a confermare che spesso la vita non è altro che lo scorrere di un flusso che può in qualsiasi momento ghiacciarsi senza preavviso. Penso ai discorsi di Luca, ai cambiamenti intercorsi nella mia vita e in quella di chi mi sta accanto.

In questo scorrere quotidiano la montagna ha sempre rappresentato per me gli argini rocciosi che contengono “la retta via”, contenendo l’alveo entro i regimi  a me più consoni.

Sto salendo la colata ribattezzata “Lo specchio di Biancaneve”, mancava alla lista delle salite in zona Sappada, ma con pazienza vado depennando le mie mancanze soprattutto grazie a Luca che sulle cascate ci metterebbe volentieri la residenza.

La credevo più complessa, a vederla dal centro di Sappada pare una cattedrale bianca troppo incombente per una salita rilassante. Eppure, come quasi sempre accade, l’esserci dentro rivela in verità un’essenza fatta di scivoli ghiacciati e piccoli salti verticali. La salita è sempre piacevole e sicura, le soste sono tutte attrezzate con materiale inox e anche questo la rende fruibile da molti.

Le lunghezze si susseguono sotto i colpi di picca di Luca che apre sempre le danze, io seguo veloce guardandomi attorno. In alto i miei polpacci infuocati dicono che abbiamo salito parecchio ghiaccio, di li a poco infatti la colata termina mesta tra i mughi e le paretine appoggiate della parte superiore. Siamo saliti 220m circa, per essere la prima uscita stagionale non potevamo chiedere di più!

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Info utili: Parcheggio presso Sappada scendendo verso la pista Nera (lasciare la statale nei pressi della chiesa principale, provenendo da Forni Avoltri si scende a sinistra), oltrepassato un sottopassaggio qualche centinaio di metri sulla destra si trova il piccolo parcheggio nei pressi si un ponticello in legno sul Piave. Inoltrarsi nel bosco seguendo la traccia solitamente battuta e i bolli rossi sugli alberi, in una ventina di minuti si è alla base della struttura a quota 1400m ca.

La colata può essere salita in più punti, solitamente il tratto centrale è quello più percorso. Soste attrezzate per le calate ad ogni lunghezza di corda.

Lunghezza complessiva 200-250m in base alle condizioni dl ghiaccio, difficoltà dal 2° al 3°+.

 

Quel “sudato” canale dello Jalovec

Ho capito oramai, sarà che gli anni galoppano velocemente verso gli “anta”, che in montagna il detto “ogni lasciata è persa” non sempre è del tutto vero.

Ci sto pensando oggi mentre oltrepasso il grosso gendarme che funge da forca caudina, all’inizio del budello che risale la costola Nord Est al di sotto delle pareti dello Jalovec.

Ricordo ancora quella giornata di nebbia e freddo, di condizioni fisiche precarie, in cui dovetti abbandonare gli amici e l’idea di risalirlo, il canale Kugy, rintanandomi per malessere in una provvidenziale nicchia nelle rocce di sinistra, in attesa del ritorno della mia compagnia.  Ci stetti almeno un’ora ed ebbi tempo di convincermi che qua ci sarei tornato, prima o poi. Ne seguì una mesta ritirata verso valle.

Oggi sono nuovamente qui e quasi senza rendermene conto sto onorando quella promessa fatta a me stesso almeno 10 anni fa; non cerco rivincita ma scoperta di quello che non fui in grado di vedere quel giorno. Il canale è una linea diritta che punta al cielo.

 

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Lo stretto canale visto dal basso
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Scorpacciata di erbetta..

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Mi sento elemento infinitesimo insieme ad altri elementi infinitesimi. Migliaia di granelli di neve prendono la via della valle trasportati da un vento cattivo che spira esattamente nella direzione opposta alla nostra marcia. La stretta gola di roccia amplifica il fenomeno e le orecchie odono rumori di solitudine, anche se Max mi segue a poche decine di metri. Si procede schiacciati da pareti austere dove scorrono piccole slavine di neve farinosa.  Qualche sciatore sta già scendendo, le curve producono pallottole di neve che prendono velocità e ci sfrecciano accanto.

Poi il vento porta lontano anche i miei pensieri.. Ritorno, chissà come, a quella giornata di neve nei pressi del Passo del S. Bernardo. L’anziana guida con cui compii la traversata dei 3 colli, il buon Giamba, ricordo mi disse “eh si vede che sei un dolomitista, a te piacciono i canali”.. Lì per lì non capii a cosa si riferisse ma poi, con il passare del tempo, ho concluso che c’aveva preso. Nei canali c’è una parte del mio essere. Stretti ed incassati, a volte cupi e profondi, protettivi quando non cerco altro che starmene da solo nel ventre della montagna.

Risaliamo faticosamente questa linea bianca, a volte mi fermo ansimante a guardare una traiettoria che sotto ai piedi porta diritta alla rilassata valle dove giace il rifugio Tamar e, più giù, alla località di Planica. Da qua sembra un fiordo norvegese, il bosco pare acqua scura da cui emergono terre bianche, cime fredde e desolate.

Ramponi ai piedi ci avviciniamo man mano alla luce che si intravede poco oltre l’uscita dal canale. La pendenza si mantiene costante attorno ai 40°, qualcosa in più prima degli assolati spazi sommitali che sorreggono le rocce meridionali dello Jalovec. Siamo rimasti soli in compagnia del vento e di chi lo domina in questi spazi di cielo che hanno riflessi dell’indaco. L’immancabile gracchio volteggia sopra la forcella che decidiamo essere la nostra meta odierna prima della discesa di questo sudato canale Kugy.

La ciora, come la chiamiamo in dialetto, mi strappa un sorriso pensando ad altre storie..

Siamo in discesa. L’accesso al canale sembra un enorme imbuto scuro dove caliamo anche noi verso un fondo che già conosciamo. Passare dagli aperti spazi superiori della montagna alla lunga strettoia tra le rocce provoca un certo sussulto all’animo ma dopo le prime curve su terreno più ripido, la magia dello sciare in questi posti prende il sopravvento e ci conduce giù fino all’uscita nei pendii inferiori.

Cerco la nicchia dove mi fermai quel giorno di 10 anni fa senza trovarla, convinto che l’importante sia conservarla nella memoria per capire che la montagna è sempre lì ad attenderci, se non sarà stavolta sarà la prossima, quella giusta.

Omarut e Max

Info utili: Parcheggio presso i trampolini di salto di Planica (in Slovenia, poco oltre il confine di Kraniska Gora provenendo da Fusine) seguire la forestale per il rif. Tamar e successivamente inoltrarsi nel retrostante bosco di faggio mirando al fondo della valle (traccia solitamente ben delineata). Mirando alle rocce basali dello Jalovec si incontrerà lo stretto canale Kugy frontalmente, impossibile sbagliarsi. Il canale va risalito nella sua interezza fino agli assolati pendii superiori dove ci si può fermare ad una forcella a quota 2367m. Discesa lungo l’itinerario di salita con pendenze di 40° (un breve tratto di 45°). Obbligatorio il casco, utili ramponi ed eventualmente la piccozza.

Dislivello 1450m , diff. O.S.A (F-E2-4.1), tempi di salita attorno alle 3.30/4 h.

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La parabola del Gracchio

10.09.2016

La parabola del Gracchio

Era solo un piccolo volatile indifeso quando arrivò.  Attirato con astuzia da uno specchio per allodole, non gli pareva vero poter planare e adagiarsi finalmente dopo gli sforzi prematuri che la vita gli aveva messo innanzi.

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Felice della nuova sistemazione. O quantomeno tranquillo, rilassato nella speranza di non doversi più guardare alle spalle, conscio di essere circondato da predatori di ogni genere.

La gabbia cominciò così ad essere costruita mentre ancora l’uccellino si guardava attorno, spaesato da un mondo dove affermarsi voleva dire arrivare a sera, tirare a campare.

“Agiatezza” prese presto il posto di “sopravvivenza” nel suo vocabolario.

La costruzione della gabbia procedeva più velocemente di quanto potesse rendersene conto. Dalle zampette arrivava già agli occhi. Occhi che cominciavano a farsi grandi e tristi. Una stia non di acciaio o di chissà quale lega speciale. La gabbia fu realizzata con steli di finta amicizia, mascherata alla vista dietro a cumuli di mangime e promesse. Issata mentre lo sguardo era attirato altrove, chiusa con chiave di volta e doppio lucchetto.

I tempi dei canti e degli allegri cinguettii erano finiti, nemmeno qualche cip dentro la gabbia e la stanza dov’era posto il volatile. S’era fatto grigio e silenzioso, non cantava più da intere annate.

Guardava le montagne dalla finestra, quei picchi di roccia così elevati che si stagliavano nei cieli della Carnia, erano l’unico sollievo rimasto.

Quel gracchio non aveva più scampo, non avrebbe più volato né cantato.

Gli amici che svolazzavano nei pressi lo incitavano a resistere, gli davano coraggio. La gabbia poteva essere rotta, i materiali di base non erano nobili. La via di fuga restava quella porticina con il lucchetto, un lucchetto forse troppo grande per il pennuto.

Doveva scappare, seguire il suo istinto ma la paura della fuga lo attanagliava. Continuare a vivere un’esistenza sicura, ma da recluso?

La gabbia tutto d’un tratto cominciò a restringersi, gli spazi necessari alla vita si fecero man mano più striminziti e i cavi di finto metallo iniziarono una lenta implosione. Alcuni saltarono via come schegge impazzite, snervati ed incruditi dal tempo, limati da ore di silenzi lunghi come eternità.

Ci provò. Versato nel dubbio di una fine avvilente, sempre più vicina, schiacciato dentro alla gabbia. S’era fatta talmente stretta che perfino il cuoricino stentava a pulsare. Quasi morto.

Così un giorno, per caso come devono succedere certe cose, trovò il modo di evadere da quella prigione. Una forza strana e bruta, indescrivibile, permise all’uccellino la fuga. Forse quella della disperazione, una delle energie più potenti che si rivela quando tutto pare perso.

Non spiccò subito il volo, le ali rattrappite non erano più quelle di un tempo. Ci sarebbero voluti orizzonti di libertà, caldi raggi di sole e l’aria fine delle quote ma il primo salto verso il cielo fu già l’annuncio di momenti migliori. Tempi di cime, accarezzando pareti o schivando fronde di larici.

Sfiorando il vento senza trattenerlo.

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Gli uccelli nascono per navigare ampiezze di cielo, turbinare nell’aria librandosi senza spazi imposti e ristrettezze. Furono questi pensieri che lo spinsero verso l’alto.

La gabbia era rimasta a terra, trasformata in nulla assieme all’oblio del tempo.

L’uccello la guardava oramai dalle altezze, inespressivo. Seppur dispiaciuto per quella che era stata per anni la sua casa e la sua prigione, la vista della nuvola di polvere non gli provocò emozioni.

Solo la forte voglia di sbattere le ali verso le montagne.

Raggiunse i boschi. Un rifugio per nido, vivendo di montagna, con la montagna e per la montagna.

Libero di condurre un’esistenza insita nella sua stessa natura.

Libero di aver scelto la libertà, di non essersi sbagliato lasciando una vita già scritta per lui da altri, libero di accettare da ora quello che l’esistenza gli avrebbe regalato.

Questa è la mia vita.

 

Questa storia partecipa al Blogger contest 2017

http://bc2017.altitudini.it/la-parabola-del-gracchio/

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L’ho conosciuto un pomeriggio di nebbia, vagando come si può fare in quelle giornate dal tempo guasto in cui già sai che non vedrai anima viva. Risalendo il fondo di un bosco pensile circondato da pareti grigie e scoscesi salti per lo più inaccessi agli uomini. Un bosco che non interessa a nessuno se non alla mia curiosità. E alla fantasia. Scorto tra grossi abeti arcigni, non m’è parso al principio possibile che fosse dove effettivamente giaceva e giace ancora. E chissà per quanto tempo continuerà a farlo.

In bilico sul baratro protende la parte viva di se stesso, ancorato con grosse radici, pare voler spiccare il volo sul vuoto verso la malga di Clap piccolo ma di fatto si ostina a restare sopra al punto più alto del sentiero d’accesso. Animo da sentinella o da rapace? Questo larice avrà trecento anni, porta i segni del tempo e la parte più grossa oramai morta è tappeto di aghi per le altre forme del bosco. Ma la vita pulsa in lui, lo si capisce benissimo anche se il pennacchio dagli aghi verde acido è solo una piccola parte di questa struttura fossilizzata. Mi siedo e ci parlo. – Hai scelto proprio un bel posto per fermarti a vivere. Qua, al limite della radura-. Non risponde ed è normale perché gli alberi non parlano, o almeno non tutti…

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Ho passato interi momenti a guardare il vuoto steso davanti ai miei piedi. Avere vertigine sotto alle piante per chi va in montagna è facile, basta arrampicarsi su di una cima o per qualche parete. Ma il vuoto davanti, materializzato sotto forma di capogiro orizzontale, non mi era capitato di viverlo o viverlo così spesso. Sul basamento di cemento, lontano poche decine di metri dal via vai dei clienti, sto ipnotizzato dal suono della teleferica che corre monotona verso il basso. L’abisso sembra un materasso verde, morbido ed invitante. Tra i miei piedi un cavo d’acciaio è la linea che permette quassù di viverla un po’ meglio.

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La mattina ha l’oro in bocca. Il sorgere del sole è un fenomeno che non mi stanco di ammirare, specie quassù dove non esistono impedimenti una volta che il sole oltrepassa la scura siluette della Creta Forata. Sveglia presto. C’è da lavorare, da sistemare, da preparare, da accogliere. Si ma prima una boccata d’aria fresca, fuori dalla porta, una boccata d’aria frizzante, quella delle cime di primo mattino.

La porta si spalanca ma fuori già sa di afa, anche quassù a 1760m. L’estate persiste, anche oggi non c’è una nuvola in cielo e non ci sarà almeno fino a domani. Niente doccia. Neppure oggi.

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Una stretta di mano, cento, mille tolgono dai pensieri che la sera, quando sei solo, vengono a trovarti. Pensieri non sempre felici, volatili e mutevoli come le nebbie che avvolgono il Creton di Culzei.

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Un vallone enorme, potrebbe starci il Mondo dentro. Insieme di guglie e canali, di ghiaie e sassi che mirano alla valle. Un musicista compositore che idee trarrebbe da questa calca calcarea? Ritmi forsennati, cambi continui, percussioni – probabilmente.

Sono scappato un momento, volevo sentire questo gran rumore con le orecchie dell’anima.

Adesso ci sono in mezzo, sulle rocce della Pannocchia da solo. Il silenzio è assordante, mette solitudine e sono felice.

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Se non ci fossero le linee delle montagne scure a definire il confine del cielo, beh, direi che l’universo è infinito. Sono steso al fresco di questa serata di montagna, sopra all’erba riarsa dalla mancanza d’acqua e guardo in su. Il tetto del rifugio assume parvenza di casa mia oramai, in contrasto con quei roccioni rischiarati dalla luce della luna, laggiù. Forse anche a quelli potrei dare il nome di casa, ma so già che verrei castigato in qualche maniera nel breve lasso di tempo. Quella non è casa mia, al massimo un rifugio, proprio come questo con tetto verde, oscuri rossi e finestre celesti.

Poi c’è la notte e il cielo che si fondono. E milioni di stelle che ti rendi conto esistano solo se hai la possibilità di scappare dalle luci della città. Adesso sono qui per me a farmi da coperta mentre gli occhi pian piano si chiudono.

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Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Ma senza acqua.

Dietro l’angolo una chitarra accenna delle note, tartaglia indecisa o suona allegra. Singhiozza, accelera e poi frena. Ne prendo una anche io, se si suona in due o tre, it’s better.

Il canto di Maria mi segue, è distante ma riempie il vallone mentre buco le pareti distillando dalla dolomia prese, passaggi e lunghezze di corda che forse piaceranno agli arrampicatori del futuro.

Non è la perfezione che ci piace, ma quel giro stonato che una nota fa prima di tornare a dove è sempre stata, sulle dita delle nostre mani.